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È “DI GENERE” IL RACCONTO DELLA VIOLENZA SUI MEDIA

relazioniNonostante la nevicata e il gelo, l’incontro di giovedì 1 marzo sul libro “Relazioni brutali” di Elisa Giomi e Sveva Magaraggia, è stato caldo e vivace. A un mese di distanza dalla discussione “#MeToo: e noi?” si parlava ancora di violenza di genere, con un occhio particolare al modo in cui viene rappresentata dai media, tradizionali e non, dalle fiction, dalle canzoni, dalla pubblicità alle campagne sociali.

Il libro, oltre a riportare una grande quantità di dati e riferimenti teorici e pratici, ha un’inedita specificità: quella di raccontare sia la violenza maschile contro le donne, sia la violenza agita dalle donne.  “Ogni rappresentazione mediale di episodi di violenza e dei loro protagonisti” si dice nell’introduzione, “è sempre in qualche modo anche una rappresentazione di genere: è plasmata cioè dalle nozioni di femminilità e maschilità che vigono in una determinata epoca, e al contempo contribuisce a rafforzarle, perché mette in scena, legittimandoli o stigmatizzandoli, precisi modi di essere maschio o femmina in quello specifico contesto”.

Alcune immagini pubblicitarie che sono state proiettate spiegano il concetto. Corpi di patinata bellezza, senza alcun segno di violenza e molto erotizzati (persino i cadaveri lo sono) in contesti di aggressione maschile. Apparenti rappresentazioni di aggressività femminile in cui i dettagli confermano invece profondi stereotipi di genere. Immagini in cui la violenza degli uomini uccide o umilia, mentre quella delle donne eccita. E così via, tutto all’interno di una più o meno palese dimensione di potere.

D’altra parte, mentre quando si parla di violenza maschile gli uomini vengono divisi in uomini buoni e uomini cattivi, e il “mostro” ha un comportamento deviante rispetto all’essere umano, quando la violenza è agita dalle donne queste ultime vengono rappresentate non come “donne cattive” ma come “cattive in quanto donne”. Il comportamento violento è attribuito a una “devianza” non dall’essere umano ma dall’essere femmina.

Non si è parlato solo della violenza estrema, quella che porta al femminicidio. Il ruolo della violenza nel costruire la maschilità e la femminilità, ha precisato Magaraggia, si vede anche nelle relazioni “normali”, nel cosiddetto “amore romantico”, quello in cui “la violenza di lui è segno della passione e del suo amore, mentre la capacità di incassare la violenza maschile è segno dell’amore di lei”“. Ed è proprio questo, ha precisato Silvia Carabelli, l’aspetto che più coinvolge i giovani e i giovanissimi, come si vede negli incontri nelle scuole. E come si legge ogni giorno sui social media, un campo comunicativo ancora difficile da analizzare.

Si è parlato anche (e il libro ne dà conto) di alcuni passi avanti che si possono rintracciare nei media e nelle campagne istituzionali, grazie alla mobilitazione delle donne che negli ultimi due anni si è concentrata proprio sul tema della violenza. C’è finalmente la messa al centro del maschio e del maschile. Ci sono forme linguistiche più rispettose dei generi e nuove regole per una corretta rappresentazione mediatica della violenza (ne ha parlato Marina Cosi, presidente di Giulia giornaliste, riferendosi alla Carta di Venezia). C’è anche una parziale correzione della “sovra-rappresentazione” mediatica della violenza subita dalle donne a opera di estranei  e della “sotto-rappresentazione” della violenza domestica, subita da partner ed ex partner.

.Ma la battaglia per una più corretta rappresentazione della violenza di genere è lungi dall’essere conclusa. Basta pensare alla vicenda di Macerata, dove il barbaro assassinio di una giovane donna di cui sono accusati alcuni spacciatori di pelle nera (in quanto tali rappresentati come “estranei” all’ennesima potenza) è stato trasformato in una violenta campagna politica razzista.

Grazia Longoni

 


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