Oggi proponiamo le biografie (rielaborate in modi diversi dalle autrici) di tre donne capaci di infrangere le regole dominanti, vite coraggiose e libere in cui chi legge può ritrovare spunti di riflessione storica e rispecchiamenti esistenziali.
L’intenso testo di Anna Banti, Artemisia, Oscar Mondadori 2023, è in realtà un confronto, un colloquio a distanza di secoli tra due donne: la grande pittrice del Seicento e l’autrice del testo, affermata scrittrice novecentesca. Banti ripercorre a tratti la vita di Artemisia e la fa rivivere in modo creativo, con un linguaggio molto efficace, rispecchiandosi in lei. Due artiste, Anna e Artemisia, alle prese con le difficoltà di farsi valere in un mondo ostile alle donne, e con la presenza di uomini-maestri da cui si impara molto, ma da cui si fatica a rendersi indipendenti.
Con Anna K, di Tiziana Ferrari, Fuori scena 2025, approfondiamo la vita e l’impegno costante di una grande protagonista del movimento operaio e socialista del Novecento, Anna Kuliscioff. Attività generosa di medica, riflessione filosofica profonda, pacifismo, giornalismo, antifascismo militante, lotte in favore delle donne condotte anche in qualità di parlamentare hanno contrassegnato tutta la sua vita dedicata al socialismo. Il testo, basato su una rigorosa ricerca storica e in particolare sul carteggio tra Anna e Filippo Turati, è scritto da un’altra giornalista e libera professionista, spesso impegnata sui temi delle donne.
Il testo di Carla Maria Russo, Il velo di Lucrezia, Neri Pozza 2025, appartiene al romanzo storico – come parecchi altri dell’autrice, dedicati di norma a protagoniste ribelli alle regole del loro tempo – ed è ambientato nelle Firenze del Quattrocento. Il testo ripercorre le storie intrecciate di Filippo Lippi e di Lucrezia Buti. Il libro ci cala nel contesto utilizzando la schietta parlata fiorentina, proponendo dialoghi vivaci. Filippo Lippi è il noto e affermato pittore; era monaco ma amava appassionatamente le donne. Lucrezia Buti è una ragazza coraggiosa che rifiuta il matrimonio combinato e la monacazione forzata. Interessante è il suo carteggio con la sorella, che invece è una monaca ligia alle regole. Dall’unione difficile e contrastata tra Filippo e Lucrezia nascerà a Prato un figlio, il pittore Filippino Lippi.
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Anna Banti
Artemisia
Oscar Mondadori, 2023
Come in uno specchio
Artemisia Gentileschi, grande pittrice del Seicento italiano già nota ai contemporanei, ha suscitato negli ultimi cento anni un rinnovato interesse in ambito artistico e letterario e anche nel movimento femminista.
Tra le prime ad occuparsene è stata Anna Banti (pseudonimo di Lucia Lopresti) con il libro Artemisia, scritto tra il 1944 e il 1947, ripubblicato negli Oscar Cult nel 2023. Per la scrittrice molteplici sono le ragioni di interesse per la figura della pittrice, già studiata in ambito artistico dal marito Roberto Longhi, famoso critico d’arte.
La genesi del libro ha come sfondo il bombardamento tedesco di Firenze, che la scrittrice vive sulla propria pelle con l’abbandono della casa e con la perdita di una prima parziale stesura del libro. La decisione di riscrivere il romanzo nasce quindi da un atto di resistenza alla tragedia che lei e la popolazione vivono, ma proprio queste peculiari circostanze determinano la diversa e originale concezione del testo.
“Nessuna donna è felice”
La nuova Artemisia non è più semplicemente una biografia, ma un’opera ben più complessa in cui Anna Banti dispiega interamente la sua poetica e la sua visione della storia. Accanto a queste motivazioni letterarie ve ne sono di più profonde e personali: Artemisia è l’occasione per parlare della condizione femminile, e quindi della propria condizione. Aldilà dello spazio e del tempo e anche aldilà della classe sociale vi sono alcune costanti nell’essere donna che appartengono a tutto il sesso femminile: “Nessuna donna è felice se non è una sciocca”, Anna Banti fa dire a Pietra Spinola, anziana e sagace nobildonna genovese che ospita Artemisia.
Non è felice la donna povera, il cui lavoro è sottopagato e sottostimato, che non ha scelta, priva di diritti e facilmente sopraffatta, ma non lo sono nemmeno le donne che lottano e si autoaffermano come Artemisia perché il prezzo pagato è altissimo. L’infelicità si esprime nel senso di colpa tra la fedeltà a figure maschili di riferimento (il padre Orazio Gentileschi per Artemisia, il marito Roberto Longhi per Anna Banti) e il bisogno di “tradire” per esistere e tra l’affermazione di libertà (dalle convenzioni, dalle culture dominanti, dalle catene del ruolo) e i giudizi impietosi che ne conseguono.
Artemisia è vittima dello stupro del pittore Agostino Tassi, denunciato dal padre per la difesa del proprio onore, non certo per il bene della figlia, ma è lei che deve difendersi (e questo ahimé non è molto cambiato nei secoli), subendo anche la tortura. La sua notorietà non la mette al riparo da una vita durissima, da una continua lotta per avere anche il giusto riconoscimento economico, da maternità sofferte. E dunque Artemisia è l’alter ego di Anna Banti, in un processo di plurimo rispecchiamento.
L’iniziale progetto di biografia diventa un libro che non ha definizione di genere (non biografia, non romanzo, non saggio) ma che cerca di coniugare l’interiorità dell’autrice con quella della protagonista, di parlare di sé con la voce di Artemisia, in un continuo flusso e riflusso di pensiero e di vita.
Ricorda da vicino Virginia Woolf, autrice amata e tradotta da Anna Banti, per cui la vera realtà sono solo le epifanie di “momenti dell’essere”, contrapposti al banale susseguirsi del quotidiano.
Storia, memoria, immaginazione
Si dispiega così la concezione della storia e della memoria di Anna Banti: un viaggio all’indietro in cui trovare le radici della propria interiorità. L’autrice entra in Artemisia, come in un io che si riattualizza nel tempo, passando correntemente dalla prima alla terza persona. Talvolta è Artemisia stessa che si rivolge a lei.
La puntuale documentazione è il punto di partenza per una libertà narrativa che vuole andare al cuore del senso di una vita e che quindi può omettere o permettersi di “immaginare” attivamente quello che non è detto in nessun documento. Emergono quindi le tappe simboliche della vita della pittrice, legate ai luoghi emblematici della sua peregrinazione esistenziale (Roma, Genova, Firenze, Napoli, Londra), che diventano momenti di formazione, di esperienza e di maturazione artistica.
Anna Banti pone al centro della produzione pittorica di Artemisia i quadri che considera più rappresentativi del suo mondo interiore: in primo luogo quelli che in modo quasi ossessivo, illustrano la morte di Oloferne per mano di Giuditta. Ma potenti e significativi sono anche Susanna e i vecchioni in cui si eternizza uno sguardo maschile che denuda e viola e le allegorie della inclinazione e della pittura in cui Artemisia trasfigura la sua visione dell’arte.
Nella donna che dipinge molti critici hanno visto la stessa Artemisia, ma la scrittrice preferisce pensare che si tratti di Annella De Rosa, anch’essa valente pittrice, uccisa dal marito. Artemisia e Annella si conobbero e ad Anna Banti piace immaginare che le unì non la rivalità, ma un germoglio di solidarietà femminile che dovrebbe fiorire in tutte le relazioni. Nell’atto creativo Anna Banti coglie la possibilità di riscatto per le donne, un riscatto però che non è di tutte. A tutte però dovrebbero essere concessi diritti e lavoro.
Una condizione comune, una storia unica
Significativo è il momento storico in cui Banti scrive il suo libro: anni che hanno visto un forte contributo delle donne alla Resistenza e in questo l’emergere di un nutrito gruppo di scrittrici che hanno partecipato in forme attive, anche se diverse: Alba de Céspedes, Marise Ferro, Paola Masina, Natalia Ginzburg, Elsa Morante. Scrittrici che esprimeranno poi la delusione del dopoguerra, quando si rinchiudono nuovamente gli spazi femminili in tutti i campi.
Anna Banti, pur se assorbe questa atmosfera, percorre una strada solitaria. Artemisia vuole raccontare una condizione generale ma anche un’irriducibile storia individuale che è quella della sua creatrice. Anna Banti rivendica l’unicità della sua emancipazione nella scelta della letteratura invece che della storia dell’arte cui gli studi la destinavano. Molto del libro richiama questa formazione: la tavolozza del linguaggio denso e materico, le scene della vita di Artemisia che diventano teatro e pittura.
L’ambivalenza della storia di vita della scrittrice si riflette nel personaggio continuamente stretto tra bisogno di autoaffermazione e “fedeltà” ai codici dominanti che non sono solo esterni: al mondo maschile e ad alcune figure scrittrice e pittrice sono legate indissolubilmente dal bisogno di rassicurazione e di guida. Questo contrasto è la cifra del libro che sembra fissato senza sbocco a questa contraddizione primaria e che lo rende più frutto dell’intelletto che del cuore.
Artemisia, come donna dello schermo, da una parte permette di parlare di sé ad Anna Banti, ma dall’altra impedisce che questo scavo sia portato fino in fondo.
Tuttavia è un libro interessante che ci offre un punto di vista unico sulla pittrice e insieme molte cose “immaginabili” sull’autrice e il suo tempo.
Marilena Salvarezza
Tiziana Ferrario
Anna K
Fuori scena 2025
Una folla silenziosa, riunita nella Piazza del Duomo di Milano, dà l’ultimo saluto a Anna Kuliscioff.
È il 31 dicembre 1925. Intorno alle bandiere rosse delle federazioni e delle sezioni socialiste si riuniscono le innumerevoli persone che vogliono rendere omaggio a una delle più importanti figure del primo socialismo italiano. Ci sono gli operai e le operaie che avevano condiviso con Anna tante lotte, le mondine del Lodigiano e del Pavese, le levatrici degli ospedali a cui aveva insegnato a gestire i parti in modo più sicuro, i poveri che aveva curato gratuitamente, le giovani apprendiste sarte che con il suo sostegno avevano ottenuto un lavoro più dignitoso.
Insieme a loro piangono la sua morte le donne con cui ha condiviso tanti ideali, gli amici, l’amato compagno Filippo Turati.
Il libro di Tiziana Ferrario inizia con questa potente e emozionante descrizione del funerale e ci porta man mano a seguire lo svolgersi della vita di Anna dal 1912.
Ma tutta la sua storia precedente è alla base delle scelte e degli appassionati impegni politici dei suoi ultimi anni. Nata in Crimea nel 1854 in una famiglia di benestanti commercianti ebrei, studia filosofia all’università di Zurigo dove incontra il socialista Andrea Costa.
Con lui condivide gli ideali politici che portano entrambi ad arresti, processi, lunghi periodi di carcere. Hanno una figlia, Andreina. In quel periodo, al Congresso dell’Internazionale socialista del 1893 Anna aveva affermato: “Non sono la signora di nessuno. Sono Anna Kuliscioff”.
Dopo la difficile fine del rapporto con Andrea Costa, Anna si pone nuovi obiettivi. Si stabilisce in Italia, studia medicina e si laurea a Napoli nel 1887 con una tesi sull’origine batterica delle febbri puerperali. Inizia a Milano il suo generoso impegno come “dutura di puaret”, la dottora dei poveri che saliva le scale delle misere abitazioni degli operari e delle operaie per portare cura e sostegno e che, come ginecologa, aiutava le donne ad avere parti più sicuri e formava ostetriche capaci di cura e professionalità.
Anna è tra le maggiori teste pensanti del socialismo italiano e ha soprattutto nel cuore – e nella lucida mente – la lotta per dare alle donne lo spazio politico a loro negato. Partecipa insieme a Turati all’elaborazione della legge che tutela il lavoro minorile e femminile e che verrà approvata nel 1902. Fonda nel 1912 il giornale “La difesa delle lavoratrici” e ne è la direttrice, chiamando a collaborare donne impegnate dell’area socialista. Dare il voto alle donne è uno dei suoi più forti impegni.
Il libro ci rende partecipi del deciso appoggio di Anna alla scelta pacifista, in opposizione a chi voleva l’intervento italiano nella prima guerra mondiale. In questo è sostenuta dalla profonda amicizia con Rosa Genoni, appassionata socialista e pacifista, geniale interprete di una moda pensata per le donne (di lei abbiamo parlato spesso alla Casa nelle donne). Rosa è l’unica italiana a partecipare nel 1915 a L’Aja al Congresso Internazionale delle donne per la pace.
Vediamo crescere la diffidenza di Anna verso Mussolini, prima direttore dell’“Avanti” poi passato a posizioni politiche diametralmente opposte. Seguiamo il teso confronto con Margherita Sarfatti, regina di un raffinato salotto artistico e letterario dove si ritrovavano i futuristi, che parlavano della guerra “come opera d’arte”.
Poi, con l’entrata in guerra dell’Italia, il libro scandisce il tempo delle battaglie, delle ritirate, della resistenza dei soldati in trincea e ci parla anche dei casini di guerra dove giovani prostitute erano obbligate a “lavorare”.
Nella terra russa, dove ancora viveva la famiglia Kuliscioff, il regime zarista stava crollando e la rivoluzione era in cammino. Anna segue con grande attenzione questi grandi cambiamenti e le lettere tra lei e Filippo ci fanno capire la difficoltà ad individuare una linea politica che dia risposte valide per scelte tra scenari che rapidamente mutano: come costruire un ordine nuovo, una società più giusta?
Finita la guerra Anna partecipa alla dura lotta contro la brutalità del fascismo dilagante, segue l’angosciosa attesa nei giorni della scomparsa di Matteotti e vive l’orrore della scoperta del delitto.
Il libro si basa su un’accurata ricerca storica, compiuta utilizzando documenti cercati in archivi, giornali e riviste dell’epoca, in materiali custoditi da varie fondazioni – come la Fondazione Anna Kuliscioff e l’Archivio Rosa Genoni. Fondamentale è il carteggio tra Turati e Kuliscioff, di cui nel libro sono riportate alcune lettere.
Tiziana Ferrario, giornalista televisiva per la Rai, inviata di politica estera, corrispondente da New York, è autrice di numerosi libri che riguardano tematiche delle donne. Oggi lavora nell’informazione come libera professionista.
Giovanna Majno
Carla Maria Russo
Il velo di Lucrezia
Neri Pozza 2025
Nella sua ampia opera di scrittrice, Carla Maria Russo da tempo propone figure femminili che, in diverse epoche storiche, hanno vissuto in contrasto con le regole che prevedevano per le donne comportamenti e scelte codificate.
Ecco Costanza di Altavilla che in La sposa normanna accetta un matrimonio regale non desiderato ma, morto il marito, rivela forza e indomita volontà quando difende il giovanissimo figlio – il futuro Federico II – dagli intrighi della corte. La regina irriverente è Eleonora d’Aquitania, spregiudicata e sensuale, data in sposa a Luigi VII di Francia, cattolico e bigotto. Caterina, figlia illegittima di Giangaleazzo duca di Milano è protagonista di La bastarda degli Sforza. È appassionata di studi scientifici e sa usare le armi.
Questi romanzi, come altri della stessa autrice ambientati in periodi e in luoghi molto diversi, si basano su una ricerca storica accurata che rende possibile condividere e appassionarsi a vite lontane nel tempo ma che arriviamo a sentire realmente vicine.
Così avviene in questo ultimo libro, ambientato nella Firenze del Quattrocento. La città sta vivendo il suo periodo di maggior splendore: il Rinascimento. Artisti, letterati, filosofi scienziati si incontrano, condividono idee, viaggiano per conoscere nuove prospettive e nuove tecniche. La corte dei Medici, con l’illuminata guida di Cosimo, offre possibilità di esprimere idee e talenti.
Seguiamo così le due storie di Filippo Lippi e di Lucrezia Buti. E il libro lo fa utilizzando la schietta parlata fiorentina, proponendo dialoghi vivaci, situazioni che ci danno lo spessore della realtà e la forza dei sentimenti.
Filippo nasce nell’Oltrarno popolare. Orfano fin da piccolo, viene allevato dalla zia Lapaccia che riesce a rimediare due soldi vendendo le verdure dell’orto al mercato. Il bambino desidera solo disegnare, disegna ovunque trovi una superficie e riesce a sette anni a “entrare a bottega” dal pittore Lorenzo di Bicci. Pesta solo colori ma intanto guarda, impara, prova.
Ma Lapaccia è vecchia, non può mantenerlo, lo affida al convento del Carmelo. Lui non ha alcuna vocazione ma lì deve restare e diventa monaco. L’abate si accorge del suo talento, della magia delle sue mani, e gli permette di frequentare altre botteghe dove lui incontra Masaccio, Masolino da Panicale, Beato Angelico, diventa uno dei protetti di Cosimo de’ Medici.
Filippo inizia ad avere molte commissioni, è sempre più coinvolto nel processo della creazione artistica, alla ricerca della perfetta bellezza. Ed è sempre profondamento preso dal fascino delle donne, l’essere monaco non gli impedisce avventure e conquiste.
Lucrezia è la bellissima figlia di un semplice tintore. A sedici anni le vogliono imporre un matrimonio con un beccaio rozzo e violento ma che si accontentava di sposarla anche senza dote. Lei si oppone e viene allora obbligata ad entrare in convento, insieme alla sorella Spinetta.
Ma Lucrezia non ha certo una vocazione religiosa, ha un cuore appassionato, un desiderio ribelle di esistere, di essere vista, di decidere della sua vita. La sorella, invece, ama la pace e l’ordine della vita monacale. Il loro rapporto complesso e contraddittorio è uno dei temi principali del libro e si esprime attraverso le lettere che si scambiano e che servono ad entrambe a rielaborare emozioni e scelte. Perché a scelte di profonda rottura porta l’incontro di Lucrezia e del monaco Filippo, invitato nel convento per dipingere una pala in onore di santa Margherita.
Fuggiranno insieme, vivranno insieme in una situazione non certo accettata dalla società fiorentina dell’epoca, dovranno rifugiarsi a Prato, avranno un figlio, Filippino Lippi, che diventerà pittore a sua volta. Comunque un’unione non facile, Filippo deve isolarsi per seguire la sua passione artistica, ossessionato dal riuscire a riprodurre la sua visione di bellezza perfetta. Forse ci riesce, con il suo dipinto più famoso dove la stupenda Madonna è Lucrezia, adorna di un impalpabile velo.
Giovanna Majno

