di Grazia Longoni.
Giovedì 16 aprile 2026, dalle 10 nella Sala Alessi del Comune di Milano, un confronto tra istituzioni e realtà cittadine sull’esperienza del primo centro antiviolenza italiano, la Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate (Cadmi), fondata nel 1986 da un gruppo di donne tra cui Marisa Guarneri e Manuela Ulivi, che dal 2011 è anche presidente dell’Associazione.
Per la Casa delle Donne di Milano, nata nel 2014, il rapporto con Cadmi è stato strettissimo fin dall’inizio, sia per l’attività del nostro Sportello, sia in tutte le occasioni in cui ci siamo occupate di violenza contro le donne, di leggi e normative sul tema, di femminicidi e di orfani di femminicidi.
Le cifre dei primi 40 anni di Cadmi sono imponenti: 36 mila donne aiutate a uscire dalla violenza, dieci case rifugio segrete, che hanno ospitato un migliaio di donne in pericolo. Un’esperienza che è stata punto di riferimento per la nascita in tutta Italia di decine di centri antiviolenza.
A Manuela Ulivi abbiamo chiesto il messaggio più importante di questo storico anniversario.
“Il punto fondamentale è l’idea di ascoltare le donne che subiscono violenza, assumere la loro esperienza di sofferenza e tradurla con loro in qualcosa di positivo, in un progetto di vita. Significa uscire da una logica di assistenza, tutela, servizio e fare politica. Tu mi racconti una storia difficile e dolorosa, noi valutiamo con te le cose da fare, mettendo al centro i tuoi obiettivi e i tuoi desideri”.
Un esempio di queste “cose da fare”?
“Trovare lavoro, che per una donna che ha subito violenza e non ha redditi propri è indispensabile. Molte aziende in passato erano disponibili a offrire lavoro alle donne maltrattate. Si trattava sempre di lavori umili, legati a ruoli femminili, come le pulizie. Allora siamo andate noi nelle aziende a fare formazione, a studiare insieme dei progetti che consentissero alle donne di accedere anche a mansioni diverse, per ruolo e per reddito. A valutare i tempi di lavoro, o la possibilità di essere trasferite in altre sedi per motivi di sicurezza personale. Questo è un esempio di come partiamo dai bisogni delle donne come leva per affrontare tutto quello che non funziona. Lo stesso vale quando ci rapportiamo con i servizi sociali, che spesso non sono attrezzati per valutare le dinamiche che stanno dietro alle situazioni di disagio. O quando giudichiamo le proposte legislative. In generale rivendichiamo un modo di intervenire che cambia anche i contesti sociali e istituzionali. Non siamo prestatrici di servizio, ma agenti di cambiamento politico”.
Quarant’anni sono il tempo di due generazioni di giovani donne. Come è cambiata la loro percezione della violenza di genere?
“Certamente le giovani e molte donne oggi hanno introiettato le libertà conquistate dal femminismo e non sono disposte a subire in silenzio comportamenti maschili di dominio e controllo. Ma c’è una discrasia tra questo sentimento interiore di libertà e i condizionamenti determinati per esempio dai social, chi ti dicono come e chi devi essere. Anche questo è un terreno su cui tante giovani blogger e influencer possono intervenire”.
Una parola d’ordine per il prossimo futuro?
“Formazione, prevenzione, colpire alle radici la cultura che ancora condiziona i ruoli delle donne e degli uomini. Dobbiamo lavorare con le scuole fin dall’infanzia. E sulla giustizia, dove come avvocata vedo ancora grandi sacche di resistenza culturale”.
Un sogno?
“Abbiamo immaginato un video in cui tre bambine passano dove oggi c’è la nostra sede e si dicono: qui c’era la Casa delle Donne Maltrattate. Ecco, è un lavoro che non vorremmo più dover fare”.
(nella foto in homepage, di Bruna Orlandi, lo striscione Cadmi a una recente manifestazione a Milano. Manuela Ulivi è la seconda da destra)
