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CARCERE PER LE DONNE: QUALI ALTERNATIVE?

Sabato 12 ottobre: alle 16 lo Spazio da Vivere è già pieno di persone in attesa. Si presenta il libro Doppia pena – Il carcere delle donne a cura di Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli, edizione Mimesis/Eterotopie.

E’ formato dai testi di autrici che hanno ricomposto e focalizzato il loro pensiero già espresso in precedenza in un pomeriggio di studio, quello del 1° dicembre 2018, voluto dalla Casa e progettato da un gruppo di socie, quando avevano discusso e si erano confrontate sulla carcerazione femminile.

L’intensa partecipazione di allora, la richiesta da più parti di approfondire l’argomento e la ricchezza dei contributi scaturiti hanno spinto le socie, alcune appartenenti al primo gruppo organizzatore e altre che si sono aggiunte in seguito, a chiedere alle relatrici di scrivere dei testi. Ne è risultata una pubblicazione che va ben oltre la mera raccolta di atti da convegno e, al contempo, non è una trascrizione degli interventi precedenti. Piuttosto, un insieme di testi nel quale si focalizzano i temi portanti e le parole chiave della doppia pena delle donne, in quanto detenute e in quanto donne.

L’introduzione di Nicoletta Gandus ne anticipa lo scenario e li lega. Il volume, che già riporta la preziosa testimonianza del volontariato e le riflessioni sull’esperienza vissuta, si arricchisce anche di un’aggiunta, quella del Progetto Casina, attivo a S. Vittore.

Sono presenti le autrici, ad eccezione di Grazia Zuffa che non ha potuto lasciare la sua sede di Firenze. Una sola presenza maschile, ma significativa, tra loro: il dottor Franco Maisto, garante dei detenuti di Milano e, in questo contesto, garante anche delle detenute. Difficile e problematico il suo agire tra le maglie di una legislazione  spesso non attuata o addirittura inesistente. Il magistrato esplicita la sua sensibilità al problema e alle sue sfaccettature.

pubblicoConvinto, comunque, della necessità di scontare il reato entro limiti spaziali protetti, auspica che si potenzino le leggi per l’attuazione di tutte le forme di attenuazione della pena ove possibile e la trasformazione delle loro forme, rendendole consone ai singoli casi, riconoscendo nelle condizioni della detenzione femminile la sua peculiarità, che costringe a condizioni più dure e più ingiuste di quelle degli uomini. Altrettanto esplicita la posizione contro un riformismo carcerario da sostituire con forme più nette di recupero fuori dalle carceri, almeno per certi casi,  così come sostiene Susanna Ronconi.

Si è ragionato, comunque, di cosa manca o quanto non viene realizzato dalla legislazione attuale, di cosa si può fare sulla questione delle donne, dei figli dentro e fuori dalle sbarre, dell’assurdità giuridica in cui si vengono a trovare le detenute migranti, dei/delle transgender, dell’inadeguatezza degli ambienti e della problematicità delle relazioni con gli  assistenti penitenziari.

ph. Livia Sismondi

ph. Livia Sismondi

Ma la riflessione specifica sulle donne illumina inevitabilmente il quadro generale della detenzione. E allora ricorre più volte il principio che riformare il carcere delle donne significa riformare il carcere di tutti. Perché dalle forme di detenzione alternativa esistenti, per esempio per le detenute madri, vengano nuove idee per una pena che tale non sia più, con tutte le potenzialità di recupero e riprogettazione della soggettività di detenute e detenuti.

Molte le sollecitazioni dal pubblico che spaziano dal campo del volontariato a quello di chi ha esercitato in apparati istituzionali, fino a quello di una giovane donna che solleva il problema dell’architettura penitenziaria, qui e là accennato e solo per vincoli di tempo non approfondito ma che, certo, è una delle espressioni dell’intera questione.

Le voci, che lasciano in sala mille ulteriori stimoli, passano il microfono alla voce di Claudia Fontana che, con il suo monologo Io non faccio eccezione fa vivere sulla scena quattro detenute, tutte con il suo espressivo e mutevole viso. Da ciascuna di loro esce una donna, la sua storia, la sua persona, la sua soggettività. E, come attraverso tutte le espressioni teatrali, dal pensiero si passa alle emozioni.

Angela Giannitrapani


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