Dall’Algeria alla Palestina.
di Marinella Sanvito. 

Come gruppo Gaza abbiamo presentato alla Casa una trilogia cinematografica sul tema “la resistenza nel cinema”.
Questi sono stati i film scelti: La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, 1966 (sabato 17 gennaio); Arna’s Children di Danniel Danniel e Juliano Mer-Khamis, 2003 (venerdì 30 gennaio); Put your soul on your hand and walk, di Sapideh Farsi, 2025 (venerdì 6 febbraio). Film realizzati in tempi, realtà sociali e geografiche molto diverse tra loro, utilizzando tecniche e approcci cinematografici diversissimi.

Di crudo realismo e corale, il film di Pontecorvo descrive la lotta di liberazione del popolo algerino contro il colonialismo francese. Il film è costruito come un documentario, anche se in realtà si tratta completamente di fiction. Non c’è un eroe unico: protagonista assoluta del film è la folla composta di donne e uomini che, come un corpo unico, resistono, si muovono, lottano, insorgono all’interno del bianco labirinto della Casbah di Algeri.

In Arna’s Children, Juliano Mer-Khamis, in collaborazione con il regista israeliano Danniel Danniel, porta sullo schermo il suo sguardo privato di figlio, narrando la storia della madre Arna, donna di straordinaria forza, e del suo progetto di teatro realizzato nel 1989 a ridosso della Prima Intifada nel campo profughi di Jenin: lo Stone Theatre. Arna, già all’epoca malata di cancro, muore nel 1995. La prima parte del film testimonia la vita dei bambini/ragazzi di Jenin che a questo progetto partecipano, i loro sguardi che tanto parlano della loro determinazione e del loro smarrimento.

La seconda parte racconta del regista che torna, durante le Seconda Intifada, nel campo profughi di Jenin – a otto anni dalla morte della madre e cinque anni dopo la conclusione del suo progetto teatrale – per capire e testimoniare che cosa ne è stato dei bambini/ragazzi di Arna.

In Put your soul on your hand and walk, la regista iraniana Sapideh Farsi realizza un documentario/film/documento (?) in cui lei stessa dialoga attraverso videochiamate con la giovane fotoreporter Fatmeh Hassouna che vive, imprigionata, a Gaza.

La regista filma con il suo cellulare le conversazioni che si svolgono tra lei, che parla dal suo computer, e Fatmeh che parla dal suo cellulare e il film consiste sostanzialmente nel montaggio delle videochiamate che per un anno – dall’aprile 2024 all’aprile 2025 – avvengono tra loro.

In questo modo ci narra la quotidiana resistenza e lotta di Fatmeh alla ricerca di cibo, acqua, legna per cucinare, batterie per tenersi connessa col mondo e per cercare di narrare al mondo la situazione di Gaza attraverso i suoi video e le sue foto. Sapideh, al contrario, è sempre in viaggio per presentare i suoi film, abita a Parigi in una bella casa, si gode appieno la quotidianità dopo essere fuggita giovanissima dall’Iran.

Da queste conversazioni emerge, pur in situazioni di vita personale completamente diverse, tutta la drammaticità e il dolore che accomuna il destino delle due donne e dei loro popoli.

Durante la visione di queste opere, nello Spazio da Vivere della Casa è stata da subito palpabile la tensione emotiva, il silenzio parlante, quello che si trasmette attraverso una sorta di immaginario filo elettrico che unisce le spettatrici e gli spettatori presenti in sala come avviene solo davanti alle opere letterarie o cinematografiche importanti.

Alla fine di ciascuna proiezione ci siamo fermate per un confronto, per uno scambio di opinioni, di idee, di suggestioni.
Dopo la proiezione della Battaglia di Algeri ci sono state tante osservazioni, domande sulla potenza degli sguardi dei protagonisti, sulla capacità di Pontecorvo di raccontare il movimento di popolo, sulla partecipazione delle donne alla lotta di liberazione algerina. Molte hanno espresso la sensazione di aver visto un documentario e non un film, comunque molto potente.

Dopo la visione di Arna’s Children, molto ci siamo soffermate e interrogate sul ruolo della resistenza delle madri, sia riflettendo sulla figura straordinaria di Arna che comanda a bacchetta i soldati israeliani al check point, sia delle madri palestinesi pronte a vivere e resistere in una tenda nel momento in cui l’esercito israeliano distruggesse la loro casa: da queste donne la possibilità della resa non viene assolutamente presa in considerazione, per loro l’unica via possibile per la dignità e la vita è la resistenza.

In Put your soul on your hand and walk ciò che cattura è il bellissimo e caparbio sorriso di Fatmeh, dietro al quale si intuisce un’anima forte, una grande capacità creativa testimoniata dalle sue foto, dalle sue poesie, dalle sue canzoni che il documentario mostra.

Dice bene Fatmeh: “quando esco e cammino per strada prendo la mia anima e cammino”. È in questo quotidiano resistere al dolore e alla distruzione che Fatmeh concentra tutta la sua voglia di vivere, per dirlo con le sue parole, una vita semplice che le fa dire a se stessa tutti i giorni quando si sveglia: “Vivi Fatmeh!”. Come qualcuna di noi ha detto, Fatmeh ben rappresenta l’anima resistente del popolo palestinese.

C’è ancora tra noi tanta voglia di sapere, di informarsi, di confrontarsi, di capire, di resistere.