Eccoci nel grande caldo estivo con storie di donne di ogni tempo e luogo, ricche di informazioni e di emozioni sulla doppia e travagliata appartenenza israelo-palestinese e con un doppio spaccato sulla cultura del Giappone.
Widad Tamimi “Dal fiume al mare. Storia della mia famiglia divisa tra due popoli” Feltrinelli 2026 è la vicenda interessante di una donna, e di una famiglia, che hanno esperienza diretta sia della realtà palestinese che di quella israeliana. Ne viene un messaggio di ricerca di pace, giustizia e coesistenza basata su umanità e rispetto. La shoah non può dare nessun alibi a chi ripete le persecuzioni subìte dal proprio popolo.
Enchi Fumico “Onnazaka – Il sentiero nell’ombra” Safara 2025 è un romanzo ambientato nel Giappone intorno alla metà dell’Ottocento, popolato da donne oppresse da una cultura millenaria. che tuttavia trovano modi e strumenti per comunicare tra di loro.
Con Rossella Marangoni, “Mottainai- L’arte di non sprecare”, Editrice Bibliografica 2026 ci troviamo ancora nel Giappone, negli aspetti migliori della sua cultura antica e contemporanea. “Non sprecare” è un motto, un movimento che riguarda tanto il riciclo e il riuso quanto la creazione di nuova vita donata a oggetti e abiti artistici. Un invito a valorizzare ogni cosa e ogni momento di vita, in una scrittura profondamente femminile.
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Widad Tamimi
Dal fiume al mare. Storia della mia famiglia divisa tra due popoli
Feltrinelli 2026
Sono stati pubblicati innumerevoli libri, documenti, testimonianze sul terribile, lunghissimo conflitto in atto tra Palestina e Israele. Questo libro nasce da una esperienza famigliare dell’autrice molto particolare. Tamimi è un cognome palestinese, la famiglia paterna è originaria di Hebron in Cisgiordania, 30 km a sud di Gerusalemme. Famiglia due volte profuga, da Gerusalemme nel 1948 per rifugiarsi a Hebron, nell’antica casa di famiglia circondata da un aranceto, e nel 1967 di nuovo in fuga per raggiungere Amman in Giordania. Da qui negli anni 70 il giovane Khader – il padre dell’autrice – viene in Italia per terminare gli studi di medicina e specializzarsi in pediatria. E’ un apolide e lo resterà a lungo. La mamma era di famiglia ebraica triestina, emigrata nel 1939 negli Stati Uniti per fuggire alle persecuzioni razziali. Si conoscono in Italia, vogliono un progetto di vita comune, si sposano, hanno due figlie.
Per Widad Tamimi questa origine rappresenta certamente una ricchezza. La cultura e la lingua araba, imparata durante le estati passate nella casa dei nonni ad Amman giocando con cugine e cugini, risuona sempre dentro di lei, unita all’esperienza dell’affettuosa capacità delle famiglie palestinesi di condividere tutto quello che si ha: “sumud” in palestinese non indica semplice resilienza, ma determinazione profonda, spirituale e culturale volta a mantenere vive le radici e l’identità, nonostante tutto. E risuona in lei l’ebraico imparato nella famiglia materna e hanno messo forti radici insegnamenti di austerità, rigore, impegno sociale. Il nonno diceva che l’essere state vittime non li assolveva dalla responsabilità e che “l’appartenenza non deve mai stare al di sopra della giustizia e la memoria non deve mai essere usata come arma”.
Queste duplici radici hanno permesso all’autrice di attraversare i confini – in senso proprio e figurato – e le hanno dato la possibilità di avere una esperienza concreta delle due realtà. Ha percorso la Palestina, da sola o con il padre e i cugini, provando di persona la brutalità dei controlli, la fatica snervante delle attese, i fucili puntati ai checkpoint. Prima del 2023 ha raggiunto due volte Gaza dove ha stabilito amicizie che durano tutt’ora. Nel libro descrive in modo duramente realistico le testimonianze della fame usata come arma. E’ stata anche molte volte in Israele percependo come la violenza si possa insinuare nella vita quotidiana e come il conflitto permanente rappresenti ormai un modo di pensare. Ha conosciuto e sostenuto le esperienze di convivenza di israeliani e palestinesi, come quella di Neve Shalom.
Talvolta le è stato chiesto di assumere una sorta di equidistanza tra il popolo palestinese e quello israeliano, come se la sua storia personale potesse essere piegata a una neutralità artificiale.
Talvolta è stata accusata di essere una traditrice, una voltafaccia, una che sta con il nemico. Ma, come dice lei stessa ”il mio approccio personale al conflitto non è mai stato di parte: non cerco simmetrie dove non esistono, né indugio nella retorica della bilancia perfetta”. Widad Tamimi infatti sceglie e dal 2024 lavora in un centro di accoglienza profughi e in un ospedale di Lubiana dove , superando innumerevoli difficoltà, giungono da Gaza bambini gravemente feriti per essere curati e seguire un percorso di riabilitazione. Molti sono accompagnati dalle loro famiglie che trovano accoglienza e sostegno. Il racconto di questa esperienza è intensa e toccante.
Il libro è ricco di testimonianze e di storie famigliari, è intessuto di fatti, di incontri, di dati, di riflessioni, di analisi lucide e documentate. Vorrei anche riflettere sul suo titolo perché leggendolo ho provato un brivido: “dal fiume al mare” è quello che le parti contrapposte e più estreme di palestinesi e di israeliani esigono come punto di arrivo delle loro richieste: o noi o loro, nessuna via di mezzo. Ma Widad Tamimi ha scelto questo titolo per dare a queste parole un senso profondamente diverso: lei crede in una pace che si basi sulla giustizia e crede che dal fiume al mare possano convivere i due popoli. Certo, questa è una speranza che non vuole confondersi con l’ingenuità, conosce bene le contraddizioni di questa terra contesa e delle ferite che al momento sembrano impossibili da sanare, ma resta convinta che non ci siano alternative alla ricerca tenace della pace, una pace giusta.
Widad Tamimi è nata a Milano nel 1981. Ha studiato Scienze politiche e ha un master in Diritto Internazionale. E’ giornalista e scrittrice, ha pubblicato “Il caffè delle donne” Mondadori 2012 e “Le rose nel vento. Storie di destini incrociati” Mondadori 2016
Ha fondato l’associazione IOIEN ( dal greco “che io possa andare oltre”) dedicata alla creazione di borse di studio per giovani in fuga da aree di guerra. Vive a Lubiana con la sua famiglia.
Giovanna Majno
Enchi Fumico
Onnazaka – Il sentiero nell’ombra
Safara 2025
Il romanzo è ambientato nel Giappone alla fine del ‘800. Dopo il periodo Edo durato più di due secoli e caratterizzato da una grande fioritura artistica, letteraria, economica ma anche da isolamento e ostilità verso tutto quello che è europeo, iniziano le prime aperture verso l’occidente e si aprono fratture nell’organizzazione sociale e nella cultura del paese. Più difficile rompere le strutture famigliari che si basano su ruoli maschili e femminile codificati da secoli. Non è qui il luogo per approfondire il ruolo della donna nella storia del Giappone, voglio solo ricordare che il Genji Monogatari, uno dei capolavori della letteratura scritto all’inizio dell’anno Mille dalla dama Murasaki Shikibu, descrive con lucida e appassionata sensibilità la vita delle donne nella corte imperiale, subordinate ai voleri degli uomini.
Anche il romanzo di Enchi Fumico “Onnazaka – un sentiero nell’ombra” (edito in Giappone nel 1957) racconta questa dipendenza, ma anche la dignitosa tenacia di alcune donne che si trovano a convivere – ognuna con ruoli diversi – nella ricca famiglia di un alto funzionario di governo. Il titolo ricorda il lungo sentiero nell’ombra che le donne devono percorrere per raggiungere il tempio, mentre gli uomini possono accedervi da una scalinata frontale e veloce. Il sentiero ombroso e appartato è l’angusto spazio in cui le donne sono costrette ad agire, l’unico a loro concesso nel mondo rigidamente patriarcale in cui vivono.
La figura centrale del libro è quella di Tomo, probabilmente ispirata alla nonna di Enchi. E’ sposata con Shirakawa, un samurai che per arricchirsi e fare carriera politica usa mezzi violenti e spregiudicati. Hanno due figli. Nella famiglia lui è il padrone e suoi desideri devono essere esauditi tanto che lui stesso può chiedere alla moglie di trovare una concubina da portare a vivere nella casa. Il libro inizia con questa ricerca che Tomo fa con attenzione e abnegazione, pensando che sia suo dovere preservare l’armonia domestica. Così la quindicenne bellissima Suga, venduta dalla famiglia troppo povera per mantenerla, entra a far parte della famiglia. Dopo qualche anno anche l’orgogliosa Yumi, arrivata come cameriera ma presto desiderata dal padrone, diventa la seconda concubina.
Le donne sono costrette a dividersi lo stesso uomo, lottando silenziosamente contro gelosie, insicurezze, subordinazione e desideri. A volte sanno essere complici tra loro, riconoscono le ansie e le fatiche delle altre, costruiscono piccoli spazi per confronti profondi, come quello che avviene tra Tomo e Suma, quando la concubina si ammala. Tomo è comunque la protagonista del romanzo, ferita e sofferente ma capace di avere un suo spazio riconosciuto dal marito dato che è lei a gestire il patrimonio della famiglia e ad amministrarne con capacità i beni. E’ lei che, nel bene e nel male, è il punto di riferimento solido e consapevole dei rapporti tra le persone. L’ultimo gesto di Tomo è una ribellione: esige di non essere sepolta nella tomba di famiglia e vuole che il suo corpo venga abbandonato nel mare.
Compaiono altre donne, descritte con profondità psicologica: la dolce bambina Etsuko figlia di Tomo e di Shirakawa, la madre di Suma che soffre profondamente per la sorte della figlia, la nuora Miya.
La scrittura del libro è limpida e armoniosa, le descrizioni dei paesaggi sono poetiche e delicate, non mancano i fiori di ciliegio, i risciò, le tazzine di sakè, i templi e i riti religiosi.
Non so quanto i contemporanei abbiano colto la denuncia di Enchi Fumico e la sua lucida critica alla società patriarcale ripresa anche in altri suoi libri, o quanti lettori si siano limitati a vedere nelle sue pagine un nostalgico ritratto di un tempo ormai tramontato.
Ora la società giapponese è cambiata e la prima ministra giapponese, Sanae Takaichi, è la prima donna a ricoprire questo incarico nella storia del paese. Ma è un governo conservatore e recentemente ha confermato l’esclusione delle donne dalla successione della Casa Imperiale, nonostante la popolarità della principessa Aiko, figlia dell’attuale imperatore. I cambiamenti non devono mai essere dati per acquisiti.
Enchi Fumico (1905-1986) è stata una importante sceneggiatrice, drammaturga e scrittrice di romanzi. “Onnazaka” ha vinto il premio Noma nel 1957. Anche nei romanzi “Onnamen” e “Namamiko Monogatari”il tema centrale è quello della sofferenza delle donne nel sistema patriarcale.
Giovanna Majno
Rossella Marangoni
Mottainai – L’arte di non sprecare Editrice
Bibliografica 2026
Citazione iniziale: “Non devi credere che questo mondo esista per te. Il mondo non è un recipiente per contenerti. Tu e il mondo siete come due alberi che si ergono fianco a fianco, distaccati ed eretti, senza mai inclinarsi l’uno verso l’altro.”
Mottainai: in origine la parola giapponese significava necessità, tradizione, opportunità. Dopo la seconda guerra mondiale, diventa sinonimo di non-spreco, risparmio, riuso, riciclo. Viene associata a nozioni etiche e filosofiche importanti, come rispetto e gratitudine per quanto si è ricevuto. L’espressione si riferisce sia allo spreco fisico che all’azione di spreco, con un prefisso che invita a non farlo: “non sprecare!”
Nel frattempo, mottainai é diventato tante altre cose: un movimento, una pratica, una parola d’ordine le cui onde sonore hanno raggiunto altri continenti, spinto persone a riflettere e ad agire. Frugalità, parsimonia, rispetto per l’uso delle risorse sono da sempre principi del buddhismo.
Ogni pasto in Giappone inizia con l’espressione itadakimasu (letteralmente “ricevo”) che non è un semplice “buon appetito” ma significa rendere sommessamente grazie per il cibo che si riceve, è riconoscenza verso gli animali e le piante che sono stati sacrificati per comporre il nostro pasto.
A noi, bambine degli anni Cinquanta in Italia, l’espressione piuttosto simile “E’ peccato!” riferita a residui o avanzi da non annientare nella spazzatura, si associava ad ammonizioni morali e a inviti a fare economia. E’ peccato- ci si diceva- buttare via il pane secco o gli avanzi di carne, sprecare acqua, gettare tra i rifiuti cose che possono essere ancora utili. Ci restava il dubbio se compiere questi gesti fosse qualcosa di veramente peccaminoso, da riferire al confessore, o se semplicemente l’espressione condannasse comportamenti irrazionali e antieconomici. Altri tempi: oggi buttare via, disfarsi dell’usato, sembra una raccomandazione universale, un’igiene mentale, una necessità del mercato. Nell’era degli oggetti fabbricati per essere subito superati e diventare in breve irrimediabilmente inservibili.
Boro: in giapponese, straccio o brandello di stoffa. Per mezzo di rifacimenti, rammendi e composizioni, i residui ricuciti e sovrapposti e ricamati o trapuntati diventano nuovi capi di vestiario o coperte. Oggi possono diventare opere d’arte o capi di alta moda, come i vasi giapponesi rotti che acquistano un grande valore dalle sapienti “ricuciture” dei cocci rimessi insieme tramite filamenti d’oro.
Kesa: il nome giapponese che indica l’antica veste del monaco, fatta di stracci cuciti insieme, lavati, sovrapposti e purificati attraverso la tintura. Una pratica che risale all’epoca antica e medievale. La stessa cura veniva riservata a rotoli e codici scritti, usati e riusati. Palinsesti spesso di valore mistico, abbelliti e arricchiti. Parole su parole, strati di significati.
Kami: antica credenza animistica secondo cui anche oggetti come una tazza o una lanterna viene ritenuta dotata di una forza propria- benevola, malevola o neutra- con cui si entra in rapporto e che si cerca di accattivarsi.
Kujò: riti di pacificazione per oggetti stanchi. Appartengono a un corpo di convinzioni shinto-buddhiste che invitano a rispettare il valore intrinseco di ogni oggetto, con riverenza e gratitudine. Prima di disfarsene, quando proprio hanno raggiunto la propria fine, occorrono rituali di ringraziamento, riposo e congedo per evitare risentimenti ed effetti negativi. Per oggetti di uso quotidiano, ma anche per armi.
Da qui intere legislazioni giapponesi che limitano le spese voluttuarie.
Shimatsu: letteralmente “inizio e fine”, invito a usare ogni oggetto fino al massimo delle sue possibilità, con inventiva e anche spirito estetico. La carta per esempio può essere riusata per fare coi filamenti delle stoffe, che poi si rivelano molto resistenti.
Questi e altri concetti tipici dell’antica cultura giapponese – una civiltà contadina basata sulla scarsità, sul rammendo e sul riuso delle risorse- vengono accuratamente spiegati nel testo di Marangoni, con molte implicazioni a volte inattese: non solo nel campo dell’ecologia, della sostenibilità e del riciclo, ma anche nell’ambito dei prodotti di alta qualità e dell’arte, “dalla necessità alla bellezza”, del collezionismo, dei musei. Insomma dalla frugalità pensata profondamente nasce tutta un’estetica e un’etica ambientalista. Che si può anche applicare all’uso collettivo di ovuli, materiale spermatico ed embrioni rimasti in soprannumero dopo le pratiche di fecondazione assistita: beni preziosi da mettere a disposizione di altri.
Insomma un’arte della valorizzazione degli esseri, delle risorse e degli oggetti più vari, basata su un pensiero plurimillenario, che in fondo ci aiuta a riconoscere la nostra fragilità e imperfezione, e insieme la funzione delle nostre esistenze – attimo per attimo, fase per fase- e la bellezza della vita e del pianeta.
Un libro colto, appassionato, controcorrente, saggio e prezioso. Una scrittura profondamente femminile.
Vittoria Longoni
