Il commento di Elisabetta Fiorito, giornalista parlamentare di Radio 24, sull’aggressione agli attivisti della flottiglia non è un semplice passo falso comunicativo: è un nucleo di violenza culturale concentrato in poche parole.

Mettere in discussione la violenza subita dagli attivisti, che avevano intrapreso una missione umanitaria e farlo con un tono che trasforma il loro corpo in oggetto di confronto estetico è un uso scorretto del linguaggio pubblico. Una modalità che normalizza il disprezzo verso le donne. Fiorito, come giornalista, parla da un microfono e da una posizione di influenza, e perciò è ancora più grave che riduca la violenza di genere a una battuta o a un giudizio estetico.

Tutte sappiamo che gli stupri non partono da un presupposto estetico.

Presentare l’abuso come una eventualità fisiologica, per cui i militari, uomini sentono il bisogno di “sfogarsi” e non stuprerebbero, avendo donne disponibili, è un passo dietro la teoria storica dello stupro come bisogno naturale incontrollabile. È la stessa base ideologica con cui, per secoli, il crimine sessuale è stato giustificato e minimizzato, come una pulsione biologica anziché una violenza del potere patriarcale.

Le soldatesse israeliane esistono nel tweet solo per assolvere l’esercito; le attiviste e gli attivisti della flottiglia, esistono solo perché i loro corpi possano essere derubricati o usati come argomento di contrappeso. Nessuno qui viene trattato come persona: è questo il linguaggio pubblico che usa i corpi delle donne come pedine in un gioco di potere, senza alcun rispetto.

Le guerre si combattono anche sul corpo delle donne.

La sua ricostruzione riduce le stesse soldatesse dell’IDF a valvole di sfogo sessuale per i colleghi maschi, come corpi “disponibili”. Questo significa cancellare la loro dignità, le loro paure, le loro storie, per trasformarle in un alibi che giustifica l’esercito israeliano da ogni possibile responsabilità.

Negare soggettività alle donne per giustificare gli uomini.

Elisabetta Fiorito, in quanto giornalista e commentatrice politica, dovrebbe ritrattare il commento, riconoscere l’errore e chiedere scusa pubblicamente. Chiedere scusa è l’unico modo credibile per riconoscere l’errore e per non lasciare che il dibattito pubblico si regga su sessismo, derisione e banalizzazione della violenza di genere.

 

Casa delle Donne di Milano