di Antonella Eberlin
Tra il 15 e il 19 agosto 2026 l’Italia conta sei donne uccise in pochi giorni: a Venezia, Colleferro, Camponogara, Corigliano e Trebisacce e Solanas. Mentre i corpi si contano, nelle scuole entra in vigore una legge che chiede il consenso scritto delle famiglie per ogni attività di educazione sessuo‑affettiva nelle secondarie e vieta questi percorsi alla primaria. È lo stesso agosto in cui si riaccende la polemica sul termine “femminicidio”, con chi lo vuole svuotare di senso e ridurre a “omicidio come gli altri”, nonostante la legge del dicembre 2025 lo abbia introdotto come reato autonomo proprio per riconoscere la dinamica di genere.
Dal 7 luglio 2026, per parlare a scuola di affettività e sessualità serve il consenso informato e scritto dei genitori (o degli studenti maggiorenni); le scuole devono inviare un’informativa dettagliata almeno sette giorni prima, indicare finalità, contenuti, modalità, esperti esterni e mettere a disposizione i materiali didattici. Nelle scuole dell’infanzia e primaria, invece, le attività di educazione sessuale sono vietate.
Sulla carta è una tutela della “responsabilità genitoriale”; nella pratica è un meccanismo che rischia di escludere proprio chi ne potrebbe avere più bisogno. Perché il consenso non è neutro: lo negano più facilmente le famiglie in cui la violenza è normalizzata, il controllo è alto, la parola “affettività” è sospetta. Così, mentre non si fermano i femminicidi, si toglie spazio a quei percorsi che aiutano a riconoscere le relazioni abusive, a nominare la violenza, a chiedere aiuto.
I sei femminicidi di queste ore dicono una cosa semplice e terribile: non è l’età a salvare, non è il vestito, non è la città, non è la cittadinanza. Ciò che li accumuna sono l’essere femminicidi commessi da uomini, compagni, ex compagni o mariti.
15 agosto – Camponogara (Venezia): Tania Terrin, 39 anni, strangolata dall’ex compagno Dino Keber.
15 agosto – Sant’Angelo a Cupolo (Benevento): Maria D’Alessandro, 76 anni, accoltellata dal marito Faustino Cardillo.
16 agosto – Trebisacce (Cosenza): Ornella Forastefano, 46 anni, lasciata agonizzante davanti all’ospedale dal compagno Elvis Metvelaj, muore poco dopo.
17 agosto – Solanas (Sardegna): Michela Rubiu, 47 anni, muore dopo 25 giorni di coma per un colpo di pistola sparato dal marito Alessandro Pintus il 23 luglio.
18 agosto – Colleferro (Roma): Joanna Roussi, circa 50 anni, uccisa a coltellate dal marito Mohamed Habib Rouissi.
19 agosto – Corigliano (Cosenza): Carmela Bifano, 72 anni, trovata morta in un fondo agricolo, uccisa a colpi di pietra.
Nord, Centro, Sud, Isole: la geografia non conta. Giovani, adulte, anziane: l’età non conta. E purtroppo, per ora, non conta nemmeno denunciare. Tania Terrin aveva denunciato Dino Keber più volte, anche per tentato strangolamento ad aprile 2026, eppure non è stata salvata. Le denunce ci sono state, ma non hanno fermato la violenza: nessun braccialetto elettronico, nessuna misura efficace, nessuna rete che abbia retto.
Nello stesso tempo, il discorso pubblico torna a nutrirsi di un lessico patriarcale che presenta le donne come soggetti da “proteggere”, più che uomini, persone da ascoltare e da formare. È la stessa logica che, di fronte ai femminicidi, suggerisce di abbandonare la parola “femminicidio” e di tornare a un generico “omicidio”, come se il genere non contasse, come se il possesso, il controllo e la gelosia non fossero motivi specifici.
La legge sul femminicidio (legge 2 dicembre 2025, n. 181) dice invece l’opposto: il femminicidio è l’uccisione di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto di instaurare o mantenere un rapporto affettivo. Togliere la parola significa togliere la chiave di lettura: non è “un omicidio in più”, è l’estremo di una catena di violenza di genere.
I sei casi di queste ore non sono eccezioni isolate: sono la punta visibile e assassina del patriarcato.
Ognuna di queste storie avrebbe bisogno di una cultura delle relazioni, del consenso, della gestione del conflitto, del rispetto. E invece, proprio ora, questo percorso di crescita educativa per un reale cambiamento culturale viene resa opzionale, sottoposta a veto familiare, negato nella primaria.
Dire “femminicidio” non è retorica: è riconoscere che dietro ogni corpo c’è una dinamica di genere, una storia di possesso, controllo, subordinazione. È anche dire che la prevenzione non è solo braccialetti elettronici e pene più alte, ma educazione, grammatica nuova di rispetto e inclusione, pratiche collettive.
Mentre si contano le morti di queste ore, la scelta politica è chiara: o si investe su una scuola che forma alla libertà affettiva e al riconoscimento della violenza, o si lascia che siano le stesse famiglie spesso senza strumenti o ancor peggio chiuse anch’esse in dinamiche patriarcali ereditate dal passato, a decidere su una questione che non è privata ma pubblica.
Possiamo lasciare che i nomi di queste donne siano parte di una catena che continua a crescere impunemente? Il femminicidio non va in vacanza.
