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In viaggio: storie di donne e di mondi

viaggioEravamo un bel gruppo, il 17 novembre, al Sabato del tè. Donne straniere di quattro continenti e donne italiane di diverse regioni. Milanesi doc, nate vicino a Piazza del Duomo. Nate a Pisa, a Rapallo, a Molfetta… Nate in Cina, Sri Lanka, Romania, Eritrea, Stati Uniti. Senz’altro il tema “La valigia del Viaggio” si addiceva al gruppo.

Una bella scenografia: al centro della nostra stanza arancione, una valigia circondata di oggetti vari. Vecchie foto di famiglia, un orologio, una copertina, sciarpe colorate, un vestito, un dizionario, un diario… E tu, cosa metteresti nella valigia quando parti o ti tocca partire?

C’è chi, come Rouhini, che è dovuta scappare dallo Sri Lanka senza niente, senza una vera valigia. Lei avrebbe voluto, nell’attraversare i cinque paesi in fuga, avere un po’ di cibo. Magari avere anche dei vestiti più comodi perché il suo sari non era proprio adatto al tipo di viaggio che stava facendo. C’è Violeta, romena, che nella valigia, quindici anni fa, ha messo un libro, “La miglior commessa”, ricevuto come regalo dal suo datore di lavoro. C’è chi, come Kiki, che dalla Cina si è portata il ricordo del sapore unico del pesce di fiume che mangiava da piccola.

Le italiane raccontano di viaggi fatti per arrivare a Milano e poi del loro vivere nella grande città. Venute per viaggio1studiare e talvolta derise per il forte accento regionale. Viste come estranee. “Come si fa a vivere a Milano in mezzo alla nebbia?” L’immancabile domanda che si sentivano rivolgere quando tornavano al loro luogo d’origine. E dalla nebbia che ci circonda simbolicamente nella nostra stanza arancione salta fuori il racconto di Franca. Franca, nata a Milano, durante la guerra si era dovuta rifugiare insieme alla famiglia nel Pavese: la mamma aveva messo nella sua piccola valigia una copertina di lana blu con fiorellini bianchi e rossi. Altre cinque copertine per i suoi fratelli e via, a mettersi al sicuro. La copertina di lana blu Franca ce l’ha ancora e l’ha portata al nostro incontro. Che significato ha questo parlare di nebbia e questo desiderio di avere una coperta, sentirsi avvolti, stare al riparo?

Il nostro pensiero va alle persone che là fuori, nella grande città, dormono senza coperte e per le quali la nebbia è un contenitore che avvolge ma non una coperta che riscalda.

Ci divertiamo con la filastrocca che Franca ci recita in milanese e poi traduce per tutte: i bambini del pavese si erano inventati una filastrocca per i milanesi venuti a trovare riparo da loro. C’è sempre un estraneo, non importa da dove arrivi!

Poi, per chiudere, ringrazio Rouhini per i manicaretti che ha cucinato per noi. E penso che questo cibo poteva essere  come la copertina di Franca: avrebbe dovuto averlo nella sua valigia o nello zaino quando è stata costretta a scappare.

Carmen Gulap

 


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