di Abdallah Aljazzar*.

L’articolo che segue è stato scritto da un giovane uomo (un ragazzo?) di Gaza e pubblicato nello scorso giugno su +972. Magazine**.

Pubblicarlo qui è trasgredire a un’indicazione che ciascuna di noi, socia della Casa delle Donne di Milano, ha fatto convintamente sua.
Noi parliamo, da donne, alle donne, con le donne, indipendentemente dal nostro/ loro orientamento sessuale.

Eppure…
Quando l’ho letto, ormai quasi un mese fa, mi sono commossa, anche se si parla di uomini, solo di uomini.
Ci ho scorto/avvertito qualcosa di veramente nuovo, diverso, importante anche per noi qui, utile per ampliare la nostra visione di ciò che sta succedendo nella società di Gaza.

Nel corso degli ultimi due anni e mezzo abbiamo visto immagini strazianti di vita quotidiana – corpi dilaniati tra le macerie, uomini indomiti che li riportavano alla luce, bambini vaganti tra palazzi distrutti, camion israeliani carichi di palestinesi seminudi incatenati con la testa tra le ginocchia, chirurghi al lavoro alla luce delle torce dei cellulari…

Uomini, insomma, catalogabili come vittime o come “resistenti” (qualsiasi sia il senso che al termine si voglia attribuire).

Ma, come mi ha insegnato uno storico geniale della Resistenza italiana, Claudio Pavone***, le cose nella realtà sono sempre molto più complicate. Vanno considerate con attenzione e interpretate. Hanno molteplici facce.

L’autore di questo articolo tenta di dircelo a chiare lettere: a Gaza c’è (anche) altro. Gli uomini di Gaza sono soggetti (non solo “esseri”) umani – sotto le bombe e aggrediti dalla fame. Come tutti i “soggetti” umani si possono trasformare, si trasformano e mettono praticamente in discussione un’atavica concezione di sé e dei loro rapporti con le donne e con i bambini.

Si tratta, a detta del nostro stesso autore, di un processo lungo e faticoso che – dico io – nessuna immagine può ancora documentare.
Anche le immagini, del resto, vanno sempre interpretate.
Per questo penso che, facendo un’“eccezionale eccezione”, sia giusto che noi pubblichiamo questo articolo. 

(trad. e cura di Paola Redaelli)

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Un fratellino dell’autore e loro padre che si nasconde la faccia in preda all’angoscia © Abdallah Aljazzar

Crescendo a Gaza ho imparato che per essere un uomo avrei dovuto trattenere le lacrime, nascondere la paura e soffocare il dolore. Ma come faccio a tenermi dentro tutto, quando intorno a me tutto è crollato?

Sono diventato uomo sotto i bombardamenti, in un mondo che raramente considera la vita delle persone come me degna di essere protetta o anche solo compianta. Il genocidio israeliano in corso a Gaza non solo ha rubato le vite dei nostri familiari e dei nostri vicini, ma ha sistematicamente smantellato e rimodellato anche il nostro senso di identità, di comunità, il nostro sentirci persone.

Fin da piccolo ho imparato che, in quanto uomo, avrei dovuto proteggere, “farmi carico di”, ed essere risoluto, in qualsiasi situazione. Ma fin da subito ho capito che per me questo compito sarebbe stato totalmente diverso da quello degli altri ragazzi nel resto del mondo.

Avevo 9 anni la prima volta che sono sopravvissuto a un bombardamento. Mentre andavo a scuola una bomba ha sventrato la strada su cui io e i miei compagni stavamo camminando. Poi la cenere e la polvere si sono disperse e io sono corso a casa passando vicino ai miei compagni, alcuni dei quali erano già morti, altri urlavano e non avevano più gli arti.

Quando finalmente sono arrivato a casa, tutti i miei familiari stavano piangendo. Ricordo chiaramente di aver guardato mia madre tremante e di aver detto qualcosa di troppo grande per un bambino: “Mamma, sono un uomo. Nessuno dovrebbe piangere per me”. Con una sicurezza di cui solo un bambino è capace, ho aggiunto: “So come sfuggire alla morte”.

Da quel momento sono sopravvissuto a più di dieci attacchi aerei. Ma ora, all’età di 26 anni e dopo quasi due anni di genocidio, mi sono reso conto che agli uomini palestinesi si richiedono uno stoicismo e una fermezza quasi impossibili.
Come posso “proteggere” quando i caccia riducono la mia casa in macerie, i droni in volo ci tolgono il sonno e abbiamo lo sfollamento forzato come unica speranza?
Come posso “provvedere”, quando il blocco imposto da Israele da 18 anni ha decimato la nostra economia, l’assedio è incontrastabile, continua a farci morire di fame e anche solo avvicinarsi a un camion di aiuti significa rischiare la morte?

In questa situazione caotica ho perso mio fratello, Nour. Era un agente di polizia e si occupava della sicurezza dei civili. È scomparso quando Israele ha bombardato Khan Younis. La mia famiglia non sa ancora che fine abbia fatto.

Nella cultura dei gazawi, il senso di virilità è strettamente connesso alla responsabilità verso la famiglia. L’assenza di Nour non solo ha spezzato il cuore a tutti noi, ma ha mandato in frantumi anche il modo in cui io vedevo me stesso: come il fratello maggiore, la guida, il protettore. Tuttavia, in quanto uomo, responsabile di nutrire i miei dieci fratelli, non ho avuto il tempo nemmeno per incominciare a elaborare quel dolore.

Un giorno, mentre stavo allontanandomi dalla tenda in cui vivevamo, la mia sorella più piccola mi ha chiesto dove fosse Nour. Non potevo mentirle un’altra volta, ma non potevo nemmeno distruggere quel po’ di speranza che si era costruita. Mi sono messo a raccogliere pezzi di legno e metallo rotto, fingendo che servissero per il fuoco o per ricostruire qualcosa, mentre in realtà stavo tenendo le mani occupate perché il cuore non mi scoppiasse.

Ogni notte seppellisco Nour nei miei pensieri e ogni mattina lo resuscito nei miei ricordi. Mi siedo in riva al mare quando non ci sono bombardamenti – ai margini di Gaza, dove l’acqua è libera anche se noi non lo siamo – e mi lascio andare a un pianto silenzioso.

© hosny salah

È così che elaboro il genocidio: in silenzio, di nascosto, a frammenti. Non posso urlare davanti a mia madre. Non posso crollare davanti a mio padre. Sono loro figlio e ai loro occhi sono ancora il loro scudo anche se, dentro di me, mi sento a pezzi.

Ma non sono l’unico. Il danno emotivo subito dagli uomini palestinesi è incalcolabile. Un rapporto pubblicato dall’UNPA (Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite) nel 2022, riguardante gli uomini nelle zone di conflitto, ha segnalato il “doppio trauma” al quale essi sono sottoposti – uno fisico e uno psicologico, aggravati dalle aspettative sociali che dagli uomini esigono silenzio, stoicismo e che soffochino qualsivoglia emozione.

A Gaza, dove i servizi per la tutela della salute mentale praticamente non esistono e lo stigma nei confronti di chi soffre rimane molto forte, gli uomini interiorizzano tutto. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che risalgono a prima del 7 ottobre, a Gaza c’erano solo 0,2 psichiatri ogni 100.000 persone. In ogni caso i risibili servizi per la salute mentale che avevamo un tempo ora sono sepolti dalle macerie.

Eppure, nonostante la situazione inimmaginabile, continuo ad essere testimone della tenerezza con la quale gli uomini si occupano della sopravvivenza delle loro famiglie.

“Quando la pioggia ha distrutto la nostra tenda, ho tenuto in braccio mia figlia per una notte intera”, mi ha detto Mahmoud, un padre che ho intervistato in un campo vicino a Rafah. “Avrei dovuto essere il suo difensore, il suo protettore, ma ero fradicio e impotente”. E la sua voce si è incrinata.

Quell’incrinatura era una sfida, non un segno di debolezza. Lasciando che la sua voce tremasse, lasciando che qualcuno fosse testimone del suo dolore, esprimeva il rifiuto di adeguarsi all’aspettativa sociale che gli uomini palestinesi debbano sempre essere stoici. Stiamo incominciando a rivelare – l’uno all’altro – la nostra fragilità.

Ibrahim Abu Naji, padre di quattro figli, mi ha detto una frase che mi ha colpito nel profondo: “Essere un uomo a Gaza in questo momento significa scegliere di rimanere affamato piuttosto che partecipare alla corsa al cibo che arriva sui camion degli aiuti”.

Si riferiva alle scene degli ultimi mesi a Gaza [ndr: l’articolo è relativo alla primavera del 2025] in cui, a causa dell’assedio paralizzante di Israele, folle di palestinesi affamati si precipitano disperatamente verso i camion con il cibo per accaparrarsi tutto ciò che possono. Israele ha poi sfruttato queste scene di caos per giustificare il blocco dell’entrata a Gaza di tutti gli aiuti internazionali e poi istituire un proprio meccanismo di distribuzione degli aiuti che funge da veicolo per la pulizia etnica.

Prima del 7 ottobre, Abu Naji lavorava nel settore edile in Israele, ma dall’inizio della guerra ha perso ogni fonte di reddito. “La mia fame diventa una forma di protesta”, mi ha detto. “Non li aiuterò a distruggere quel poco di dignità che ci è rimasta”.

In arabo, la parola che descrive meglio la mascolinità non è la sua traduzione letterale, rujulah, ma karama, ovvero “dignità”. Nonostante la disumanizzazione intenzionale del nostro popolo e la “de-mascolinizzazione” dei nostri uomini, a Gaza sta nascendo un nuovo tipo di mascolinità: non basata sul militarismo, ma sulla chiarezza morale e sulla dignità – anche nella fame. Nonostante i continui bombardamenti, ricostruiamo le nostre tende e le nostre vite più e più volte.

© hosny salah

Nelle mie interviste con altri uomini sfollati, sono emersi nuovi modelli di virilità. “Essere un uomo significa tenere i miei figli tranquilli quando sono terrorizzati dal cielo”, mi ha detto Abu Omar, 37 anni. Un altro mi ha spiegato: “Prima pensavo di dover essere sempre forte. Ma ora mi permetto di piangere e lascio che mio figlio mi veda”.

Lasciando che i figli vedano il loro dolore, la loro paura e la loro dolcezza, i padri dimostrano una forza vera. Le nostre lacrime non sono un segno di debolezza, ma un atto di ribellione in un mondo che cerca di calpestare la nostra umanità. Le nostre emozioni e la nostra volontà di non essere insensibili a questo dolore sono una forma di resistenza.

Mettono in luce qualcosa che raramente si vede nei servizi dei giornali e delle televisioni internazionali: al di là delle immagini dei militanti o delle vittime sepolte dalle macerie ci sono uomini stretti tra il genocidio e il peso di sostenere l’idea di mascolinità che abbiamo ereditato. I media globali spesso riducono gli uomini palestinesi ad archetipi – minacce o statistiche – privandoci della nostra complessità e umanità.

Eppure, tra le rovine, sta prendendo forma qualcosa di diverso.
Oggi a Gaza sta emergendo una mascolinità diversa, che include la vulnerabilità, la cura e la tenerezza. Gli uomini cucinano i pasti nei rifugi affollati, confortano i bambini, non si nascondono quando piangono abbracciando i corpi senza vita dei loro nipoti, e raccontano storie di dolore.
Stiamo incominciando a nominare i nostri traumi, ad alta voce. E questa trasformazione non è qualcosa di apolitico: è un atto di sfida.

Nonostante il dolore che ci opprime, gli uomini si accollano ancora il peso di rischiare, di correre sotto i bombardamenti alla ricerca di acqua o cibo perché è troppo pericoloso che lo facciano le donne o i bambini.

Adesso, però, essere un uomo non significa solo essere un duro, significa essere presente. Essere l’uomo che piange e rischia la vita per cercare beni di prima necessità, che porta con sé sia l’acqua che il dolore.

Questa è la nuova mascolinità che qui stiamo costruendo. Una mascolinità che non si esplica solo nel garantire la sopravvivenza, ma nel continuare ad essere umani.
Uomini che piangono in pubblico, che cambiano pannolini nelle tende, che condividono il loro dolore con gli sconosciuti: questi uomini stanno forgiando un nuovo tipo di mascolinità, che rifiuta il dominio e abbraccia la cura.

Ci vorranno generazioni per ricostruire le nostre identità distrutte. Ma rivendicare ciò che significa essere un uomo – gentile, a pezzi, convalescente, e ancora in piedi – è un inizio.

Gli uomini palestinesi meritano di essere visti non come militanti o ombre, ma come persone intere, con cuori fragili e fardelli insostenibili.
Porre fine all’occupazione non significa solo restituire la terra, ma anche ripristinare la dignità.
Significa ricostruire le case, riparare ciò che si è spezzato dentro di noi e reinventare il modo in cui ci rappresentiamo – a noi stessi e agli altri

 

* Abdallah Aljazzar, che aveva vinto una borsa di studio per un master alla Maynooth University, in Irlanda, è riuscito ad uscire da Gaza alla fine di agosto 2025.
** È stato ripubblicato anche in gennaio di quest’anno come uno degli articoli più importanti del 2025.
*** Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, 1991.