di Antonella Ortelli

Nel caldo torrido di fine giugno, la Casa delle Donne ha ospitato un incontro nato dall’urgenza di interrogarsi su come attraversare il conflitto senza rinunciare alla relazione tra donne, proposto dal gruppo Fem, interno alla Casa delle Donne. Il confronto, con Carlotta Cossutta, è stato coordinato da Tina Faglia, referente del gruppo Fem.

In sala erano presenti femministe di diverse generazioni, da quelle attive a partire dagli anni ’60 fino alle più giovani.

Al centro della riflessione non c’era soltanto la discussione sulle recenti cancellazioni di iniziative promosse da donne e gruppi femministi, ma una domanda più ampia: quali pratiche permettono oggi al femminismo di attraversare le differenze senza riprodurre modelli di esclusione di tipo maschile?

L’incontro si è aperto con la lettura di due lettere che hanno restituito posizioni diverse emerse nelle ultime settimane. Da un lato, un appello sottoscritto da numerose femministe che denunciava le cancellazioni di incontri già programmati e richiamava il valore della parola e dell’ascolto reciproco; dall’altro, la risposta di Non Una Di Meno Bologna, che rivendicava la contestazione come pratica politica e respingeva l’idea che ogni dissenso possa essere letto come censura.

La discussione si è sviluppata a partire da sé, dalle esperienze, dal corpo e dalle pratiche vissute. Si è ricordato come il femminismo abbia costruito il proprio sapere a partire dall’esperienza delle donne e dalla capacità di dare nome a ciò che per lungo tempo era rimasto senza parola. È stato poi osservato come questo percorso richieda un continuo esercizio di autoriflessione e autocritica, interrogandosi sul proprio modo di stare nelle relazioni e nei conflitti. Questo atteggiamento aiuta a non irrigidirsi in posizioni contrapposte, dove una ha necessariamente ragione e l’altra torto, senza rinunciare alla ricerca di soluzioni capaci di trasformare la situazione in un’occasione di crescita.

Più interventi hanno sottolineato che le pratiche politiche delle donne non dovrebbero assumere come riferimento i modelli della politica maschile, fondati su contrapposizione, consenso e logica del vincitore. E’ tornata più volte la questione del metodo: come si sta nel conflitto, come si dà parola al dissenso senza trasformarlo in esclusione, nella consapevolezza che è il modo stesso del confronto a dargli senso e significato, e quali pratiche rendano possibile il dialogo tra posizioni diverse senza interrompere la relazione tra donne.

È emersa anche la consapevolezza che il percorso della democrazia tradizionale non coincide con quello femminista. La pratica politica delle donne nasce infatti dalla relazione, dal riconoscimento reciproco, dall’ascolto e dalla trasformazione delle tensioni, più che dalla produzione di vincitrici e sconfitte. In questo senso il dissenso non è stato letto come un ostacolo, ma come una condizione della relazione, a patto che non impedisca all’altra di prendere parola.

Anche il rapporto tra femminismo storico e transfemminismo è stato affrontato nella consapevolezza che il femminismo è sempre attraversato da differenze e tensioni. Più che cercare una sintesi forzata, molte partecipanti hanno insistito sulla necessità di mantenere aperti gli spazi della parola, riconoscendo la pluralità delle genealogie e delle storie delle donne, senza trasformarle in appartenenze identitarie rigide o impermeabili. È stata richiamata la necessità del dialogo tra donne come pratica politica, utile a nominare anche le tensioni che attraversano gli stessi spazi femministi.

Sono emersi infine temi che attraversano oggi in modo profondo il movimento delle donne, dal lavoro sessuale alle soggettività trans fino alla gestazione per altre. Più che entrare nel merito delle singole questioni, l’incontro ha posto al centro la possibilità di continuare a parlarsi, mantenendo una relazione che rifiuta sia la delegittimazione sia la cancellazione dell’altra.

La Casa delle Donne è stata così riconosciuta come uno spazio in cui il conflitto può essere vissuto senza rinunciare alla parola. Non un luogo di uniformità, ma una pratica politica della relazione capace di tenere insieme differenze, genealogie ed esperienze. È nella possibilità di continuare a parlarsi che molte hanno riconosciuto l’energia trasformativa del femminismo.