di Antonella Eberlin.

La recente vicenda del gruppo Facebook e del sito italiano, dove le immagini delle donne sono state condivise senza consenso e accompagnate da commenti sessisti, è stata minimizzata da alcuni come semplice goliardia. In realtà, siamo di fronte all’ennesima dimostrazione di come i corpi delle donne vengano trattati come proprietà degli uomini, disponibili per lo sguardo, la derisione o il desiderio.

Dal delitto d’onore al femminicidio: una radice culturale profonda

La svalutazione simbolica delle donne non è un fenomeno nuovo. Fino al 1981 in Italia era in vigore il delitto d’onore, che prevedeva pene ridotte per l’uomo che uccideva la moglie, la figlia o la sorella per “motivi d’onore”. Nello stesso anno è stato abolito anche il matrimonio riparatore, che costringeva la donna stuprata a sposare il proprio aggressore. Queste norme non appartengono a un’epoca remota: sono state cancellate solo quarant’anni fa.

Queste norme mostrano come la cultura patriarcale abbia storicamente legittimato il possesso maschile sul corpo femminile. Una radice che oggi riaffiora in nuove forme: nei social, nei media, nelle piattaforme online dove le donne vengono ancora umiliate, oggettificate e ridotte al silenzio.

Il corpo delle donne nei media: la denuncia di Lorella Zanardo

Già nel 2009 il documentario Il corpo delle donne di Lorella Zanardo denunciava la rappresentazione degradante delle donne nella televisione italiana. La tv, come alcune pubblicità, esibendo corpi femminili come oggetti sessuali, ha contribuito a normalizzare stereotipi che ancora oggi si riflettono nel linguaggio quotidiano e nelle relazioni tra uomini e donne.

Revenge porn: la violenza digitale che diventa arma di controllo

Un fenomeno sempre più diffuso è il revenge porn, la diffusione non consensuale di immagini intime, spesso dopo la fine di una relazione. Dal 2019 in Italia è un reato, ma i casi continuano a crescere. È una violenza che colpisce soprattutto le donne e ha la stessa logica del possesso: il corpo femminile non appartiene a chi lo vive, ma diventa strumento di ricatto e di dominio.

Violenza online: il confine tra virtuale e reale

Non è accettabile considerare questa violenza meno grave solo perché si manifesta online e non fisicamente. La derisione, la mercificazione e la diffusione di immagini intime colpiscono la dignità, l’autonomia e la sicurezza delle donne, e possono sfociare in episodi di violenza reale. Dove finisce il virtuale e inizia il reale? Quando la cultura tollera la mercificazione dei corpi, ogni confine è sfumato, e la violenza simbolica diventa terreno fertile per quella fisica

Dalla derisione online al femminicidio: un continuum di violenza

La risata davanti a una foto rubata, la condivisione di immagini intime senza consenso, fino al femminicidio: non si tratta di episodi isolati, ma di un continuum. Quando la società tollera la riduzione delle donne a oggetti, apre la strada alla violenza estrema.

Contrastare questi fenomeni non significa censura, ma difesa dei diritti fondamentali. I corpi delle donne non sono proprietà pubblica: sono soggetti, non oggetti. Solo spezzando questa logica potremo costruire una società libera dalla violenza di genere.

Non bastano pene più dure

L’inasprimento delle pene, non ha finora fermato il fenomeno. Perché la violenza nasce prima del reato: nelle relazioni, nella mentalità, nei modelli sociali. Il rischio è che si intervenga solo dopo la tragedia, senza incidere sul prima.

Come gridavamo nelle piazze negli anni ’70, “Io sono mia” resta oggi uno slogan potente e attuale: una rivendicazione di libertà, autodeterminazione e dignità che attraversa il tempo e ci richiama alla responsabilità collettiva.

Dallo slogan storico alle campagne contemporanee

Oggi, lo spirito di “Io sono mia” continua nelle campagne contemporanee contro la violenza di genere, come Non Una di Meno e iniziative per il contrasto al revenge porn e ai femminicidi. Queste mobilitazioni collegano memoria e attualità: dalle piazze degli anni ’70 alle piattaforme digitali di oggi, il messaggio resta lo stesso – nessuno deve disporre dei corpi delle donne, e la società ha il dovere di proteggere libertà, diritti e dignità.