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Prigioniere sulla nave. Un appello

diciottiDa cinque giorni undici donne in cerca d’asilo sono sottoposte a violenza sul suolo italiano, a bordo della nave Diciotti. Di questa violenza non è responsabile l’equipaggio della nave, perché la Guardia costiera italiana sta facendo del proprio meglio date le circostanze. La responsabilità di questa oggettiva violenza va ascritta a chi proibisce alle persone migranti di scendere a terra, senza alcuna accettabile ragione. Molti di loro provengono da Paesi oppressi da regimi dittatoriali e violenti, e comunque potrebbero avere ragioni personali per chiedere asilo, per discriminazioni o per qualsiasi altro motivo.

Si tratta di violenza perché non si può definire altrimenti la condizione inumana che subiscono giovani donne private del diritto a spazi di vita degni, in cui sia possibile esercitare il diritto alla propria intimità e alla cura della propria persona, e soprattutto impossibilitate a ricevere visite mediche ginecologiche di cui hanno urgente necessità dopo aver sofferto violazioni di ogni tipo nel corso del transito che le ha condotte fin qui.

Su quella nave, trattata dal governo italiano come fosse una nave fantasma carica di appestati (proprio su questo tema ho scritto un articolo pubblicato in giugno su Comune-info e su altri siti), si sta manifestando con grande chiarezza un terribile fenomeno dei nostri giorni: lo spazio del No diritto.

Come ha sottolineato Patricia Orejudo, giurata del Tribunale Permanente dei Popoli alla sessione sulle migrazioni tenutasi a fine giugno a Barcellona, “gli Spazi No Diritto si generano quando le leggi non vengono applicate e si aprono spazi di impunità e negazione della giustizia. […] La conformazione di questi spazi è l’anticamera di ulteriori zone di No Diritto e se questo non si contrasta, le limitazioni dei diritti si estenderanno a tutte le persone”.

La sessione di Barcellona era focalizzata in particolare sulla condizione delle donne migranti, dimostrando fino a che punto le legislazioni sulla migrazione e sul diritto d’asilo sono “cieche rispetto al genere”, con una serie di conseguenze nella forma di violenze specifiche sulle donne. Le testimonianze hanno dato risalto al continuum di violenze che subiscono le donne migranti nel paese d’origine, durante il viaggio fino alle frontiere europee e una volta residenti nei paesi europei, invisibilizzate nei centri, nelle case o nei campi agricoli…

Invisibilità che spesso abbiamo denunciato, perché non vogliamo parlare al posto o in nome delle donne migranti, ma sostenere il loro diritto a essere considerate soggetti a pieno titolo. Chiuse nei centri e senza accesso a una vera libertà, difficilmente questo diritto riescono a esercitarlo, ma con grande forza a volte riescono a far sentire la propria voce e la propria determinazione, e questo è successo sulla nave Diciotti. Le migranti lì prigioniere hanno chiesto di essere visitate e di avere cure appropriate.

Io non credo si possa accettare un minuto di più questa vergognosa violenza, che sul piano dei diritti è un autentico crimine. Da anni tutte noi dei movimenti parliamo, scriviamo, gridiamo, lanciamo appelli e petizioni di ogni tipo per ottenere che l’Europa cancelli le sue politiche di morte e ritrovi la strada di un’accoglienza umana e solidale. Ma come voci che chiamano nel deserto, abbiamo invece visto peggiorare ogni giorno di più questo tempo di barbarie.

Non ci fermeremo comunque, ogni volta è come se fosse la prima volta, delle violenze su quei corpi ci sentiamo responsabili come se le infliggessimo noi, anche se sappiamo i nomi dei responsabili veri.

Chiedo a tutte le meravigliose amiche della Rete “No muri, no recinti” e del Movimento NonUnaDiMeno, alle bravissime avvocate dell’Asgi e a tutte le donne dei gruppi antirazzisti e per i diritti umani di unirsi in questo appello a far scendere immediatamente  a terra tutte le persone illegalmente trattenute sulla Diciotti e in prima istanze le donne, che secondo tutte le convenzioni sui diritti umani devono ricevere specifiche cure e trattamenti.

Vi chiedo di condividere questo appello e insieme di pensare a ogni iniziativa vi sembri giusta e necessaria.

Floriana Lipparini 

nomurinorecinti@gmail.com


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