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di  Antonella Polisena

È miope e anacronistico imputare ai centri di cultura la salvaguardia dei diritti delle donne: la storia continua a dimostrarci come il capitale culturale spesso non annoveri nella sua bibliografia le letture dei dettami più basilari, come “non stuprare”.

Non ha fatto eccezione il caso della Cornell University, con sede a Ithaca, nella lista delle scintillanti Ivy League americane.

Nell’ottobre del 2024, una studentessa ventenne si trovava nella sede della confraternita Chi Phi. Quello che sarebbe accaduto quella notte è oggi al centro di una causa civile e, nuovamente, di un’indagine penale: la giovane sostiene di essere stata drogata e violentata da sette studenti. Secondo la causa, alcuni membri della confraternita avrebbero utilizzato una chat di gruppo su Snapchat per incoraggiare altri ragazzi a raggiungerli. La procura, che nel 2024 non aveva formulato accuse penali, ha oggi riaperto l’indagine e ha annunciato che presenterà il caso a un grand jury.

La cornice del caso Cornell produce un’eco inquietante di un’altra storia, italiana, che proprio in questi giorni compie cinquantuno anni.

Il 29 settembre 1975 Rosaria Lopez e Donatella Colasanti uscirono con alcuni ragazzi conosciuti pochi giorni prima. Loro venivano dalla Montagnola; dall’altra parte c’erano giovani della cosiddetta Roma bene.

Quello che seguì è diventato il massacro del Circeo.

Per oltre un giorno le due ragazze furono sequestrate, violentate e torturate. Rosaria Lopez venne uccisa. Donatella Colasanti sopravvisse fingendosi morta e fu ritrovata nel bagagliaio dell’automobile insieme al corpo dell’amica.

Cinquantuno anni fa furono i “bravi ragazzi” della Roma bene. Oggi, secondo accuse ancora da accertare, sono studenti di una delle università più prestigiose del mondo.

Sorprendo, con una certa delusione, me stessa nell’attribuire alla cultura un potere salvifico che la cultura, da sola, non possiede. È forse un riflesso classista, prima ancora che ingenuo, quello che ci porta a immaginare la violenza come incompatibile con certi luoghi, certi cognomi, certi percorsi di formazione. Come se l’istruzione producesse necessariamente coscienza e la familiarità con il pensiero complesso rendesse impraticabili le forme più elementari della sopraffazione. Eppure cultura e dominio hanno convissuto senza particolare imbarazzo per secoli. Non è l’ignoranza a rendere possibile la violenza sulle donne, e non sarà una laurea a renderla inconcepibile.

C’è poi il “dopo”.

Il processo per il Circeo divenne anche il racconto pubblico di ciò che una donna doveva sopportare dopo essere sopravvissuta alla violenza.

Sopravvive una domanda molto più ampia: quanto del nostro modo di accertare una violenza continua a concentrarsi sul comportamento della donna prima, durante e dopo il fatto?

Quanto aveva bevuto.
Perché era lì.
Che cosa aveva assunto.
Che cosa aveva detto.
Che cosa aveva scritto dopo.

Nel caso Cornell queste domande hanno anche un preciso rilievo giudiziario: il procuratore distrettuale ha spiegato che la dichiarazione originariamente resa dalla giovane nel 2024 descriveva parte dell’assunzione di sostanze e dell’attività sessuale come volontaria, consapevole e consensuale; il suo avvocato contesta che quella ricostruzione escludesse la violenza denunciata e critica la precedente indagine.

Ma la storia del Circeo ci ha lasciato una lezione che precede persino la sentenza: quando una donna denuncia una violenza sessuale, il confine tra accertare i fatti e mettere sotto processo la sua condotta è sottile, e per secoli siamo stati molto più allenati alla seconda operazione che alla prima.

Ed è forse questo che rende così disturbante guardare Cornell cinquantuno anni dopo il Circeo.

L’equivoco più resistente consiste nel continuare a trattare la violenza maschile come un difetto di istruzione, anziché come una questione di potere. È un’interpretazione rassicurante: consente di collocarla sempre altrove, ai margini, tra chi non possiede gli strumenti culturali che immaginiamo di possedere noi. Il Circeo prima e Cornell oggi disturbano precisamente questa geografia. La violenza non si arresta davanti ai cancelli delle istituzioni prestigiose perché non nasce necessariamente fuori dalla cultura: può crescervi dentro, servirsene, perfino convivere con il suo lessico più evoluto.

Cinquantuno anni dovrebbero allora averci insegnato almeno a diffidare della domanda su come sia possibile che uomini istruiti esercitino violenza. La domanda contiene già l’equivoco: presuppone che esista un livello di cultura oltre il quale la sopraffazione diventi inconcepibile.

Il problema non è che la cultura abbia fallito il proprio compito civilizzatore, ma che le abbiamo assegnato quel compito come se potesse assolverlo da sola. Cornell, come il Circeo cinquantuno anni prima, incrina soprattutto questa rassicurante presunzione: che alla crescita degli strumenti con cui comprendiamo il mondo corrisponda necessariamente una pari capacità di riconoscere l’altro.