Eccoci oggi con altri consigli: tre saggi, relativi anche a narrazioni femministe.

Il breve e intenso saggio scritto a quattro mani Adania Shibli, La lingua rubata. Di letteratura, Palestina e silenzio – Una riflessione e un dialogo con Maria Nadotti, ed Casagrande 2025, è una conversazione tra Maria Nadotti, grande esperta di letteratura e del mondo palestinese, e la nota, straordinaria autrice del romanzo “Un dettaglio minore” (La nave di Teseo, 2021) e altre opere di rilievo. Sappiamo che Adania è stata privata di un importante riconoscimento già attribuito a lei presso la Fiera Internazionale del Libro di Francoforte nel 2023, qualche settimana dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. E’stato un tentativo assurdo e censorio di ridurla al silenzio. Quindi, riflessioni su Palestina, letteratura e silenzio, nei loro rapporti, colmano questo prezioso libretto.

Il testo di Barbara Mapelli, “Etiche eccentriche. L’uscio stretto della normalità” (ETS 2025) aggiorna la riflessione filosofica, etica e pedagogica dell’autrice. Con ampio uso di testi poetici, Mapelli sviluppa le sue considerazioni che invitano ad allargare gli orizzonti etici, in dialogo coi nuovi soggetti e modelli emersi nel campo della sessualità. Ne viene la proposta di un’etica che non giudica, non esprime verità assolute, ma si pone in ascolto della diversità di ognuno/a di noi, restando rispettosamente “sulla soglia”; costruita con un percorso esperienziale e pedagogico che dura tutta la vita, in comunicazione aperta con l’altro/a. Perché non solo il genere guida scelte e percorsi esistenziali, ma ognuno/a produce genere con le sue azioni, emozioni e pensieri sulla scena del mondo e quindi può impersonare una volontà progettuale di trasformazione.

Infine, un ever-green: il trattato di Trotula de’Ruggiero, L’armonia delle donne -Trattato medievale di cosmesi con consigli pratici sul trucco e la cura del corpo, Manni 2014- nuova edizione gennaio 2026. Contiene i curiosi e preziosi consigli della prima donna medico della Scuola di Salerno nei secoli X e XI d.C. sulla cura del corpo da parte delle donne, allo scopo di sviluppare armonia, bellezza e salute, e guadagnare libertà. Le cure si fondano sull’ esperienza millenaria femminile nel campo dei rimedi a base di erbe, elementi animali e minerali, spesso convalidati dalla farmacopea contemporanea. Trotula ne parla con scioltezza “laica”, senza tabù e limitazioni, sulla base delle esperienze proprie e delle donne che si sono rivolte a lei con fiducia.

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La lingua rubataAdania Shibli 
La lingua rubata. Di letteratura, Palestina e silenzio – Una riflessione e un dialogo con Maria Nadotti
ed Casagrande 2025

E’ un libro tanto contenuto nel numero di pagine quanto intenso, riga dopo riga.

E’ stato pubblicato in occasione dei vent’anni del festival di Letteratura e Traduzione Babel che si svolge in Svizzera, a Bellinzona . Ogni anno è dedicato a un paese e nel 2011 lo è stato alla Palestina, con la partecipazione di Adania Shibli. La presenza di Maria Nadotti, nota traduttrice ma anche saggista, giornalista e profonda conoscitrice della Palestina, spiega il naturale incontro con la scrittrice. Ma tra le due, la prima conoscenza risale al 2003, quando per indicazione del noto poeta palestinese Mahmoud Darwish, la giovane scrittrice fu indicata come significativa voce emergente della letteratura. Queste poche note sono essenziali per sottolineare le solide basi del rapporto tra Adania Shibli e Maria Nadotti che sottintendono a questa pubblicazione. Il libro è’ composto da tre parti.

Nella prefazione Maria, riferendosi all’ultimo romanzo di Shibli Un dettaglio minore, ne esplora il metodo letterario che, ruotando attorno ai dettagli, allontana dai grandi eventi nella loro indicibile drammaticità ma al contempo li evoca da una sorta di estraneamento, esso stesso drammatico ma privo di retorica. Il dettaglio minore, inoltre, conduce a una breccia, uno spiraglio di sguardo significativo o diventa deposito di memoria, là dove “L’evidenza (…) tradisce la verità, distrae, distoglie, semplifica, invitando lo sguardo (…) a non fare connessioni, a non interrogarsi”. Ma in queste poche pagine che precedono le parole di Adania, Nadotti disserta dell’intero atto dello scrivere sia nella specificità di questa autrice che di una letteratura che vuole affermare la propria e l’altrui voce, che si pone come un indisciplinato atto di immaginazione in una narrazione che non intende “piegare il racconto (…) alla cancellazione di altri”. E anticipa qui un altro tema che coinvolge la scrittrice palestinese: quello del silenzio, drammaticamente espresso nelle altre due parti del libro ma che qui Maria presenta come dimensione fertile perché “il silenzio stesso diventa una tela vuota, sulla quale si può dipingere qualsiasi fantasia”.

La seconda parte è di Adania Shibli e si compone di un articolo da lei pubblicato il 2 febbraio 2024 sulla Berlin Review, partendo dall’episodio della cancellazione del premio letterario a lei destinato nell’ambito della Fiera Internazionale del Libro di Francoforte del 2023, qualche settimana dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Ma oltre l’amarezza, non per la mancata premiazione ma soprattutto per la motivazione peraltro velata ma non nascosta, l’autrice regala a chi legge le sue emozioni più intime e profonde sul suo essere palestinese e altre suggestive e raffinate sul suo essere scrittrice, sia in questo articolo che nel successivo dialogo con Maria Nadotti.

Ed ecco allora il tema del silenzio, anticipato nella prefazione. Un silenzio che avvolge Adania dall’interno della sua biografia, avendolo ereditato dai genitori, che al momento della Nakba erano quindicenni e che l’ha spinta a trovare le parole nella lettura. La lettura dell’arabo classico, amato nelle sue sonorità e nell’antica compostezza e l’arabo vernacolare, precari, nel continuo rischio di essere attaccati, negati, distrutti insieme alla distruzione di un popolo. Lei teme la lingua della sua scrittura perché rischia di sparire da un momento all’altro, di “tradirla” lasciandola senza parole. E oggi, che somaticamente israeliani di seconda e terza generazione e palestinesi cominciano a somigliarsi per colore della pelle, è solo la lingua che li distingue: ma parlarla espone alla vessazione, alla denuncia e, dunque, non parlare per non essere visti per non essere perseguitati è la tragica sequenza dell’istinto di sopravvivenza. Temi forti che toccano la persona e che ancor più toccano chi scrive. Come trovare il coraggio, il modo di farlo? Dove trovare lo spiraglio giusto in questo grande silenzio? Ma è quello che chi legge scoprirà in questa breve e intensa testimonianza nonché negli altri libri di Shibli, perché la letteratura, la poesia palestinese esiste e resiste , arriva anche dalle tende dei campi profughi, dagli articoli dei giornalisti morti, dalle tante e struggenti poesie lasciate da chi sa che morirà ma che vuole che la sua morte diventi storia, che faccia rumore.

“Io non mi vedo e non mi sono mai vista come una scrittrice. Mi vedo però nel verbo scrivere, nell’atto dello scrivere, perché non rimanda a una definizione ma a un coinvolgimento” dichiara Adania, rispondendo alla domanda di Nadotti sul ruolo dell’immaginazione, della ricerca storica, dello studio, della memoria nella sua funzione di scrittrice.

E’ un libro, questo, in cui letteratura, storia, memoria e immaginazione sono talmente intrecciate da non poterle sciogliere ma sono nodi armoniosi e vitali dei quali Shibli e Nadotti fanno intravedere l’intricata connessione; un libro che diventa perfino poesia quando chi risponde a chi interroga lascia affiorare il profondo amore della sua lingua e il timore di perderla, trascinando in superficie parti recondite di sé e della propria biografia più forti delle denunce.

Infine, non si può non cogliere, in un libro di così poche pagine, l’intensità della relazione tra Maria e Adania. E il dramma di un intero popolo.

Angela Giannitrapani


Etiche eccentricheBarbara Mapelli
Etiche eccentriche. L’uscio stretto della normalità
ETS 2025

Barbara Mapelli, saggista e docente, è stata tra le fondatrici della Casa delle Donne di Milano. Da sempre si occupa di educazione, formazione e cultura, con un’attenzione particolare alle culture di genere, ambiti in cui ha pubblicato molti testi (1). Ha insegnato Pedagogia delle differenze di genere alla Facoltà di Scienze della formazione presso l’Università Bicocca.

Il suo saggio recente, che esce con la prefazione di Micaela Castiglioni, si pone come approfondimento aggiornato delle tematiche sviluppate dall’autrice nei decenni; come accade spesso nei libri di Mapelli, e qui in modo ancora più accentuato, il discorso si dipana tra osservazioni filosofiche e citazioni letterarie, in particolare di testi poetici, che possono arrivare anche là dove la parola discorsiva e argomentata non riesce. Il titolo fa riferimento alle etiche eccentriche, cioè che si pongono come laterali rispetto alle norme consuete, quelle definite dal patriarcato: norme difficili da applicare soprattutto per soggetti che si trovano a essere anomali, per generi e percorsi esistenziali. Proprio il dialogo con questi soggetti ha stimolato e innescato nuove riflessioni.

Mapelli propone un approccio etico che esca dalle gabbie del senso comune e sia realmente rispettoso delle differenze personali. Questo atteggiamento etico non può partire da norme definite come neutre e universali, a prescindere dalle complessità delle esperienze. L’autrice in tutti i suoi testi recenti ha lavorato sulla pluralità dei soggetti e dei percorsi esistenziali, che l’autocoscienza ha consentito di esplorare. Da tempo Mapelli è partita dalla scoperta della propria eterosessualità come scelta o inclinazione individuale e non come destino o norma prevaricante: ne viene la proposta di un’etica che non giudica, non esprime verità assolute, ma si pone in ascolto della diversità di ognuno/a di noi, restando rispettosamente “sulla soglia”.

Questa prospettiva etica pare in sintonia col significato che Maria Zambrano attribuisce alla parola “pietà”: un significato amplissimo che ne riconosce tutto il valore, fino a considerarla come il sentimento originario e fondativo delle relazioni umane.

Secondo l’autrice, nelle tre parti del testo si propone “una specie di metodo insomma, che parte dalla narrativa del femminismo, come protagonista di una critica possente e in continua reinvenzione al sistema delle norme accettate universalmente e solo erose nel tempo, e che divengono quindi espressioni di normalità escludenti. Regole ferree, dunque, che pretendono di assumere aspetti di non criticabilità perché acquisiscono l’attributo di abitudini certificate dal tempo, così si è sempre fatto, così deve essere fatto.

Il movimento delle donne, con la collaborazione di alcuni uomini, studiosi o/e attivisti, smantella con le sue teorie e la sua estraneità alla storia – secondo la famosa espressione di Carla Lonzi– questo castello che si erge appoggiandosi a sicurezze che hanno la loro verifica di realtà e verità solo nel loro carattere di ripetitività. Le norme non sono eterne, ma hanno una storia, così viene dichiarato nella parte seconda del libro, una storia che ha i suoi riferimenti e ispirazioni dai diversi sistemi di potere ed egemonici, tali da poter imporre leggi e percorsi coatti spesso resi invisibili da comportamenti ripetitivi. Ma si può imparare a dire di no, il che significa pronunciare anche una serie di sì al cambiamento. Sì alla visibilità di nuove strade che in parte ci sono e in parte si nutrono dei nostri immaginari, ma, come scrive William Blake, “tutto ciò che esiste oggi è stato una volta immaginato.”

La parte terza entra nel merito e approfondisce alcuni temi già proposti nelle altre parti a partire dal binarismo sessuale, il cui superamento ha eroso ed erode la logica oppositiva (o complementare) che domina e ottunde le capacità critiche rispetto al passato e al presente e apre ad alleanze plurime e a visioni o suggerimenti per un futuro possibili” (dall’introduzione al testo, pag. 18).

In questo senso, secondo l’autrice, la costruzione dell’etica è un percorso individuale e collettivo che va soggetto a continui approfondimenti e variazioni, in un dialogo permanente con sé e con l’altro/a. Un percorso che si avvale delle risorse creative dell’immaginazione e che richiede un’attenzione costante al contesto. In questa pratica sta il significato profondo del femminismo: la parola viene usata al singolare, proprio per indicare ciò che ne accomuna le diverse forme. Si tratta di un percorso, di una competenza critica che apre a prospettive di libertà e autenticità.

Questo percorso pare “insegnabile”( e con ciò torniamo, in termini rinnovati, all’antica discussione socratica sulla insegnabilità della sapienza e della virtù, e in particolare facciamo riferimento alla vocazione pedagogica tante volte coltivata dall’autrice): “Tanto più  quando si parli di pedagogia di genere, introducendo le culture interpretative del genere, le acquisizioni esperienziali e teoriche del percorso femminista come ottica di osservazione e attenzione, come momento irrinunciabile di conoscenza, che non soltanto dà sesso a ogni esperienza, ma fa proprio uno sguardo che influenza e educa i soggetti, il loro modo di agire, pensare e pensarsi. Avvia la consapevolezza che non solo il genere guida scelte e percorsi esistenziali, ma che ognuno produce genere con le sue azioni, emozioni e pensieri sulla scena del mondo e quindi può impersonare una volontà progettuale di trasformazione”. ( pag . 21)

In particolare mi sembrano interessanti queste osservazioni sulle possibilità di “dare sesso alle esperienze” e di “produrre” genere. Le persone, e in particolare le giovani ragazze e donne e i giovani, attraverso una pratica creativa guidata dalla pedagogia di genere possono attuare processi di trasformazione di se stesse/i, del mondo, della definizione stessa dei generi. Nulla di fisso e immutabile, molto viene affidato alla consapevolezza, alle modificazioni esistenziali ed educative innescate dal percorso femminista.

Il discorso dell’autrice si sviluppa attraverso una rete di citazioni che invitano alla riflessione e all’apertura. Non ci sono perciò conclusioni definite e strutturate, ma aperture di orizzonti. Il testo si chiude con tre contributi maschili, di Giuseppe Burgio, Mauro Muscio e Claudio Nader, che costituiscono complementi o approfondimenti, in sostanziale sintonia con la prospettiva suggerita.

Un testo stimolante, da leggere, meditare e lasciar agire in noi. Un metodo da seguire nelle relazioni con altre/i e con giovani persone.

Vittoria  Longoni

1)  Tra i molti testi recenti a firma singola dell’autrice ricordiamo almeno L’androgino tra noi (2016), Sentire e pensare (2017), Nuove intimità (2018) , L’eterosessualità impensata (2022)  e tra i volumi con collaborazioni Uomini in educazione (a cura di S. Ulivieri Stiozzi, 2012), Infiniti amori (con A.Miceli, 2014), Pedagogia di genere (con I. Bienni 2023)


TortulaTrotula de’Ruggiero
L’armonia delle donne -Trattato medievale di cosmesi con consigli pratici sul trucco e la cura del corpo

Manni 2014 – nuova edizione gennaio 2026

Una prima lettura approssimativa suscita curiosità e senso di stranezza. Tingersi i capelli con l’olio in cui si è cotto un ramarro, per coprire i capelli bianchi; depilarsi con la calce viva bollita; usare sangue di drago, bolo armeno, cannella, allume e molto altro per restringere l’apertura vaginale e simulare verginità, e così via. Un approccio più attento ci fa invece scoprire un testo protofemminista di alto valore medico e teorico e cure naturali basate su elementi che sono stati convalidati dalla farmacologia attuale.

Ha fatto bene la casa editrice Manni (su sollecitazione di Agnese, nostra cara amica) a ripubblicare in una nuova edizione il testo di Trotula de’ Ruggiero sulla “cosmesi” delle donne. Titolo originale, composto in un bel latino medievale come tutto il testo: De ornatu mulierum.

Cosmesi dal greco cosmos=cosmo e armonia, come ci ha spesso ricordato anche Luisella Veroli.

Quindi armonia come bellezza femminile, certo. Come fare per avere denti più bianchi e sani, capelli più  forti, pelle più candida e morbida, labbra più vivaci; come combattere le rughe, le borse sotto gli occhi, le alitosi, i gonfiori, le macchie; come profumarsi, detergersi, tingersi, depilarsi, rilassarsi e tanti altri accorgimenti che possono consentire a una donna di sentirsi bene nel proprio corpo ed essere più gradevole a sè stessa, alle altre donne e agli uomini.

Anche armonia come salute, equilibrio di corpo e mente. Quindi cure per combattere le screpolature, le infezioni, le fistole, la stanchezza, le scottature solari, i vermi, l’eccessiva secchezza della pelle, gli sfoghi, gli acari della scabbia, le ustioni, i pruriti.

Armonia come stare bene al mondo e guadagnare libertà: quindi consigli sul controllo delle nascite, con suggerimenti di anticoncezionali (magari un po’ strani per noi) ; cure  per restringere la vagina e apparire vergini anche dopo aver vissuto rapporti sessuali, e sappiamo quanta importanza si dava all’epoca ( e anche dopo) alla verginità delle donne, sia in ambito matrimoniale che  nei conventi e nelle famiglie; consigli per alleviare i disagi di vedove, o di giovani ragazze  o di monache prive di una regolare attività sessuale.

Armonia con le risorse naturali: tutte le cure sono a base di erbe o minerali o di sostanze facilmente reperibili nell’ambiente. Tra l’altro, un apposito repertorio posto alla fine del testo ci informa sulla proprietà terapeutiche di piante e sostanze nominate nel testo di Trotula, riconosciute pienamente anche dalla medicina contemporanea. Il manuale fa tesoro di pratiche e conoscenze antiche e anche originate in altre culture, come quelle delle donne islamiche.

Tutto ciò che può contribuire al benessere, alla bellezza e alle scelte delle donne è accolto e riportato in un testo privo di pregiudizi o remore ideologiche. Il trattato è più vicino in questo approccio naturalistico all’antica medicina greca che alle tradizioni oscure e magiche. Ma a differenza dei trattati greci, qui non c’è traccia di misoginia, ignoranza o svalutazione del corpo femminile. Cure e conoscenze vengono tratte dalla natura e dalle esperienze delle pazienti, esplorate con atteggiamento scientifico, con pazienza e amore; e da una grande confidenza con le donne, la loro fisicità, i loro desideri e possibilità in un mondo ancora a dominanza maschile. Trotula traeva le proprie conoscenze da sé stessa e dai resoconti di altre donne che si avvicinavano a lei con fiducia, mentre avevano timori e cautele di varia natura a farsi visitare da maschi.

Trotula ha frequentato la Scuola Medica Salernitana, fu una delle poche donne che vi furono ammesse e poi considerate “magistrae”; visse nel secolo XI, fu la prima donna medico, capace di guardare con franchezza dentro e oltre i tabù e le inveterate superstizioni che gravavano sulla nascita e sulla salute e sulla sessualità femminile. Offrì generosamente le sue scoperte alle altre ed ebbe la fortuna di non essere mai considerata strega.

L’ambiente salernitano aperto in cui si formò, la stima di persone che la frequentarono e ne ebbero grandi vantaggi, la protessero da una sorte che spesso ebbero nell’antichità e nel Medioevo le donne esperte di erbe e medicine come lei. Probabilmente fu moglie e madre di medici; ebbe fama di bellezza, profonda competenza, grande saggezza. Fu considerata nell’ambiente di Salerno pari agli uomini, e in grado di avvicinare con grande competenza le tematiche di salute e bellezza delle donne. La sua opera maggiore s’intitola De passionibus mulierum ante, in post partum, cioè Che cosa accade alle donne prima, durante e dopo il parto, in cui tra l’altro si discute anche di sessualità e infertilità maschile.

Completano il testo Manni sulla cosmesi un breve saggio di Eva Cantarella e uno, piuttosto umoristico, di Andrea Vitali.

Vittoria Longoni