Libri e vacanze come sappiamo sono uno degli abbinamenti più corroboranti per anima e corpo. Contribuiamo con tre proposte che, a una lettura coinvolgente, uniscono una grande ricchezza di riflessioni.

Presentiamo dunque tre scrittrici molto diverse per età, storia e luoghi di provenienza, accumunate però dall’uso della scrittura come ricerca di identità, attraverso viaggi reali e metaforici. Tutte trasformano questa ricerca soggettiva in una riflessione sulla realtà e in una visione del mondo. Benedetta Centovalli in “Nella stanza di Emily” racconta il suo viaggio ad Amherst nella casa di Emily Dickinson e nel museo a lei dedicato. Un viaggio in cui la poesia diventa la chiave d’accesso all’universo poetico di una donna che con la sua volontaria reclusione è diventata custode della sacralità della parola. Attraverso questa “iniziazione” Benedetta Centovalli trova anche il senso ultimo del suo lavoro di editor che si misura con le parole degli altri. Il dubbio di aver scelto una professione solitaria si scioglie nella consapevolezza che è proprio nel far vivere le parole che ci riconnettiamo con l’universo.

Fatima Dass, di famiglia immigrata algerina, nata in Francia, scrive un libro, La più piccola, che, nelle vesti di un’autofiction, diventa una specie di preghiera e di rituale liturgico per costruire la sua identità nelle contraddizioni che la attraversano. Immigrata e francese, ama e rifiuta la sua famiglia, religiosa e trasgressiva perché ama le donne, maschio nei desideri della famiglia e femmina nella biologia, alla ricerca appassionata di relazioni che non sa gestire. E’ proprio la capacità di mettere in parole il caos interiore, tuttavia, che la riconcilia con sé stessa e con la madre.

Ljudmila Petrusevskaja, una delle scrittrici russe contemporanee più note, in “La ragazza dll’Hotel Metropole” scrive della sua infanzia scandalosa e selvaggia con un realismo a tratti brutale. La sua è la dura infanzia, senza protezione, di una bimba russa a cavallo della Seconda guerra mondiale, negli anni dello stalinismo. Una infanzia che diventa apprendistato alla vita, in cui le conquiste sono strappate con le unghie e coi denti e che plasmerà anche i temi della sua scrittura, comuni a molte autrici russe contemporanee.

Descrizione di donne infelici e sole, nella quasi totale assenza maschile, donne che portano il peso della famiglia e delle storture sociali, lontane dai ritratti positivi e vincenti della propaganda stalinista. Il realismo che ne emerge è quello di un mondo degradato, segnato dalle contraddizioni di genere, ben diverso da quello “socialista” che mostrava un popolo, maschile e femminile, dedito al lavoro, sicuro di un progresso inarrestabile. Anche per Ljudmila Petrusevskaja il linguaggio sarcastico e talora grottesco, l’invenzione di una lingua a tratti dura e volgare, diventano gli stilemi letterari per una critica sociale.

Scrivere per ognuna di queste autrici è un manifesto di esistenza e a suo modo di speranza. Continuate a mandarci i vostri contributi all’indirizzo: librarsi@casadonnemilano.it

Nella stanza di EmilyBenedetta Centovalli,
Nella stanza di Emily,
La Nuova Tartaruga, Milano, 2024

Pellegrina e sorella

È il resoconto di un viaggio ad Amherst nel 2019 al museo e alla casa natale di Emily Dickinson, quello di cui scrive Benedetta Centovalli in questo libro. Però forse più correttamente si può chiamare un pellegrinaggio inteso come raggiungimento di una meta reale vagheggiata che è insieme ricerca di senso della vita e di conoscenza di sé. Benedetta Centovalli incontra Emily Dickinson sulla soglia della sua casa, simbolo dell’accesso alla poesia “dove l’enigma è custodito per sempre”. Quindi non si tratta di scrivere su Emily, ma di confrontarsi con le sue parole e le sue scelte, n cui rispecchiare il proprio percorso.  La stanza dove la poetessa si è volontariamente confinata diventa un’epifania dell’infinito possibile della poesia, diventa il luogo segreto che genera le potenti visioni nate dal fuoco interiore. “Mi interessava visitare quella prigione volontaria-ma chissà se era davvero una prigione, quel luogo in cui si era messa all’ancora”.

Benedetta Centovalli sente un legame profondo con Emily. Come lei si “è spogliata di molto e di molti, liberando l’essenziale da ogni contaminazione. Ha scelto un mestiere amato e controverso, lavorare sui libri degli altri: un modo apparente per tacitare passioni e desideri propri, ma che in verità emergono attraverso le altrui parole. “In fondo i libri che avevo scelto e pubblicato erano la mia lettera al mondo

Il mondo in una stanza

Emily Dickinson ha trovato nella verità della parola poetica, l’universo che andava cercando, condensando nei versi il tutto. Basta una stanza quando l’intero mondo del possibile può nascere su un foglio solcato da una penna che manda lampi di trascendenza. Tutti i viventi, gli umani come i fiori e gli animali, sono trasfigurati nelle similitudini audaci e ribelli che ripudiano l’ovvietà del quotidiano. Vita e morte sono il metronomo costante e il presente si innerva di infinito. Per conservare la sacralità della parola bisogna non essere più in commercio con il mondo, rendere un’unica stanza il palcoscenico di tutte le storie.

Sulla soglia

Alla fine del viaggio compiuto Benedetta Centovalli può rispondere alla sua personale domanda con la metafora della soglia. “La soglia è la letteratura, la soglia è quel sì e quel no che la letteratura contiene, la sua obliquità cui Dickinson fa chiaro riferimento (Tell all the True but tell it slant- “Di’ tutta la verità ma dilla obliqua-(P. 1129). La sua ambiguità, l’angolo da cui guardare le cose.

La soglia è ciò che sono e in cui mi riconosco.

La soglia è il mio modo di stare al mondo, l’unico che io sappia.

Un libro di piccole proporzioni, quello di Benedetta Centovalli ma denso, come una poesia di Emily Dickinson.

Una parola è morta

Quando è pronunciata

Così dice qualcuno.

Io dico invece

Che incomincia a vivere

Proprio quel giorno.

E.D. (Pag. 212)

Marilena Salvarezza


Cover La Piu PiccolaFatima Daas,
La più piccola
Fandango, 2021

L’autofiction: io sono molti

Il libro di Fatima Daas, originale espressione di meticciato culturale e linguistico, è stato un caso letterario. Scritto da una giovane di origine algerina ma nata in Francia, ha più di un motivo di interesse. Nato nel solco dell’autofiction, cioè il genere che intreccia storia personale e invenzione, è stato naturale per i lettori sovrapporre autrice e protagonista. Invece questo risultato è frutto di una sapiente scelta letteraria che porta a condensare nella singola storia lo spaccato di vita di un’intera generazione, quella di giovani donne, sospese tra modernità e tradizione. Fatima che conserva nel libro il vero nome e molte delle circostanze della sua vita, è l’ultima di una famiglia di origine algerina, con un padre, Ahmad, violento per destino, una madre, regina della cucina e due sorelle maggiori e avrebbe dovuto nascere maschio.  Fatima cerca con grande sofferenza un’identità che non sia il coacervo di contraddizioni violente che la attraversano: l’amore e il rifiuto per il paese d’origine, la fede religiosa e le pulsioni sessuali avvertite come peccaminose, che la spingono verso altre donne, la ricerca di relazioni profonde e la difficoltà a reggerle. Nessuno degli adulti l’aiuta in questo percorso e tantomeno l’imam con cui tenta di confidarsi.

La sua è la quotidianità anche di una adolescente francese, che ogni giorno affronta la banlieue parigina e i suoi trasporti sovraffollati, trasudanti insofferenza e frustrazione in un contesto sociale contaminato in cui le singole solitudini si sfiorano senza vedersi ma a renderla più complessa è il peso delle sue origini.

Un io da creare

Deve navigare a vista tra i frammenti di un io spezzato che la scrittura cerca di ricomporre in un disegno complessivo. Anche lo stile risente di questa contraddittorietà: l’uso del verlan, una sorta di neolingua periferica e giovanile, si intreccia con la forma del testo che ricalca nei capitoli, introdotti sempre dalla stessa affermazione, un libro di preghiere con frasi brevi come versetti. La scrittura, quasi ipnotica, è come una liturgia di salvezza. E sebbene l’estraneità a tutto resti come un movimento sotterraneo e mai guarito, il libro si chiude con una speranza. Fatima porta alla madre il libro appena scritto come un dono riparatore che la madre sa accogliere e capire. La scrittura diventa la cura per accettarsi e trovare un posto nel mondo.

Marilena Salvarezza


La Bambina dell Hotel MetropoleLjudmila Petrusevskaja,
La bambina dell’Hotel Metropole
Brioschi editore, Milano, 2019

Storia e destino

Ljudmila Petrusevskaja è una ottantasettenne che domina tuttora la scena culturale a Mosca e una delle scrittrici più note della Russia. Ha potuto, tuttavia, pubblicare i suoi libri, accusati di eccessivo naturalismo, solo dopo i cinquanta anni, quando la Perestrojka ha inaugurato una breve stagione liberale. La sua opera ha attraversato le fasi più significative della storia e dell’arte russe del Novecento e molti dei protagonisti incrociano la vita di Petrusevskaja.  La sua opera spazia dai romanzi, alle sceneggiature, alle fiabe, ai racconti e alle poesie.

Fame e degrado

La bambina dell’Hotel Metropole è un memoir che aggredisce il lettore dalla prima pagina con una durezza senza remissione e non pone limiti al realismo dei contenuti violenti e crudi, in un mondo dove la pietà è bandita. Racconta la storia infantile dell’autrice con il ritmo, le irregolarità, le ellissi e le ripetizioni della vita vera. Una storia drammatica che riflette la tragedia di un popolo. La famiglia della scrittrice sia da parte paterna sia da parte materna appartiene all’intelligencija culturale e politica ma ciò non le evita, purghe e condanne, a riprova della gratuità delle persecuzioni staliniane. Il bisnonno Tito, personaggio chiave della sua infanzia, è un funzionario del partito che vive nel celebre hotel di stato Metropole dove Ljudmila passa i primissimi anni di vita. Nel 1941, scoppiata la Seconda guerra mondiale, viene evacuata  insieme alla nonna materna, la madre e la zia a Samara. Gli uomini della loro vita sono scomparsi tutti: malati, dispersi, inesistenti. E qui che Petrusevskaja trascorre la sua infanzia famelica e selvaggia. Anche la madre se ne va, per inseguire il suo sogno di studio e affermazione. Ljudmila racconta in modo realistico le sue fughe da casa, il freddo e la fame, la sporcizia e la malattia, la vita randagia mendicando e rubando, le molestie e le sopraffazioni di ragazzi e di adulti.

La madre, ricomparsa, la porterà con sé a Mosca, però la sua condizione non cambia di molto. A dieci anni è ancora analfabeta e le due mendicano, malvolute, un giaciglio da estranei e familiari. Nella stanza del nonno paterno Jakovlev, famoso linguista, assediata dai libri, dormono sotto il tavolo. In alternativa l’autrice trascorre i suoi anni adolescenziali in collegi e in campi di giovani pionieri, dominati da ideologia e disorganizzazione.  Nel 1949 muore l’unico riferimento affettivo forte, il bisnonno Tito. Tuttavia, in questo mondo cupo e dissennato. Ljudmila riuscirà a laurearsi e a diventare corrispondente radiofonica da una regione sperduta.

 Le donne specchio di una società

Alcuni racconti, ampliamenti di episodi del memoir, completano un libro che offre moltissimi spunti di riflessione. Vi appaiono, intrecciati alle vicende della sua famiglia, numerosi personaggi celebri Majakoskj, prima entusiasta fautore della possibilità di un’arte nuova nata dalla rivoluzione, poi disilluso e suicida, è stato un corteggiatore della nonna.  Famosi linguisti sono in relazione con il nonno che conosce centinaia di lingue ma finirà pazzo per le persecuzioni staliniane. La quantità di lingue parlate nell’Unione Sovietica sarà una componente per la fioritura straordinaria di studi e di scuole di linguistica come formalismo e strutturalismo.

La scrittrice sceglie di mettere in primo piano la tragedia dei singoli, ma essa diventa inevitabilmente anche memoria e testimonianza di una tragedia collettiva che si rinnova. La descrizione del “byt”, cioè degli umori sociali, della quotidianità, delle vicende minute che tanto spazio ha nella letteratura russa, è di per sé in opposizione alla grande narrazione staliniana di una Russia felice in cui benessere materiale e sociale sono in continua crescita. Ljudmila è l’esponente insieme a molte altre scrittrici coeve, di una narrativa che contrappone alla “whole woman” (buona madre, lavoratrice, membro del partito, profetessa di un progresso senza fine) creata dalla propaganda, una donna sfiduciata e sconfitta.

Una donna che porta sulle spalle il peso intero della famiglia, afflitta da una profonda solitudine affettiva e sociale che spesso si rifugia nel bere, vittima della violenza maschile. Si è discusso se questa  letteratura fosse o no femminista (la Petrusevskaja risponde no per sé stessa) ma senz’altro si tratta di una esplorazione senza precedenti del mondo femminile reale e delle contraddizioni di genere soprattutto nel mondo urbano.  Questa figura sofferente di donna è l’emblema di una visione del mondo che non contempla speranza di redenzione, qualunque sia il regime in vigore in Russia. Il breve disgelo del 1962 sfociò in una nuova glaciazione, la Perestroika si mutò rapidamente in una nuova stagione illiberale. “Tutto fu dal principio afflitto da una grande stanchezza” e come dirà l’autrice ogni riforma fu fatta per peggiorare le cose, rinnovando il trauma originario.

La sintassi della scrittrice è anarchica, disordinata, sussultoria, truce come una trascrizione in presa diretta della violenza, una immersione senza filtri nelle cose in cui la scrittura diventa un bisturi. La lingua usata vuole provocare una sorta di straniamento urticante. Si “defamiliarizza” il linguaggio per dare il senso di alienazione. I toni sfiorano il grottesco e vengono descritti aspetti volgari, degenerati e bassi della quotidianità. Il corpo e le sue funzioni primarie tornano in primo piano. Un memoir potente, che solleva interrogativi radicali, ancora aperti nella difficile contemporaneità che viviamo.

Marilena Salvarezza