di Antonella Eberlin
Il Comune di Milano ha approvato l’iscrizione nel Famedio di quattordici nuove cittadine e cittadini illustri. Tra loro ci sono sei donne: Rosellina Archinto, Laura Hoesch, Gioia Marchi Falck, Luisa Muraro, Ornella Vanoni e Vera Vigevani Jarach. La cerimonia è prevista per il 2 novembre 2026.
È un’occasione importante non soltanto per celebrare queste figure, ma anche per interrogarsi sul significato di un riconoscimento pubblico: quali vite vengono consegnate alla memoria della città? Quali attività sono considerate degne di essere ricordate? E come cambia la storia di Milano quando, accanto alle figure più visibili e istituzionali, vengono riconosciute anche pratiche culturali, relazioni, percorsi di cura, libertà creative e forme di impegno civile a lungo marginalizzate?
Che cos’è il Famedio
Il Famedio, cioè il “Tempio della Fama”, si trova al centro del Cimitero Monumentale di Milano. Progettato da Carlo Francesco Maciachini, fu destinato tra il 1869 e il 1870 a luogo di sepoltura, celebrazione e ricordo delle persone che, per origine o adozione, hanno contribuito a rendere illustre Milano e l’Italia. L’iscrizione è soprattutto un atto simbolico e civile: la città dichiara di considerare una determinata vita parte della propria storia condivisa.
I criteri formalizzati tra il 1884 e il 1904 distinguono tre categorie: gli “illustri” per meriti letterari, artistici, scientifici o per atti insigni; i “benemeriti”, che hanno recato beneficio e fama alla città; e le persone “distinte nella storia patria”, per il loro contributo all’evoluzione nazionale.
Queste categorie, nate in un contesto ottocentesco, non sono neutrali. Riflettono un’idea di grandezza spesso associata alla visibilità pubblica, al potere istituzionale, alla produzione artistica canonizzata o alla fama individuale. Uno sguardo femminista non mette in discussione il valore delle persone selezionate, ma osserva anche il dispositivo che le seleziona: chi è stato riconosciuto in passato, chi è rimasto fuori, quali forme di lavoro sono state considerate “illustri” e quali invece sono state date per scontate.
Sei percorsi, una storia plurale
Le sei donne rappresentano ambiti diversi, cultura, lavoro, femminismo, musica e memoria civile e proprio questa pluralità le rende importanti per la storia delle donne di Milano.
Rosellina Archinto: cambiare l’idea di libro per l’infanzia
Rosellina Archinto ha trasformato l’editoria per l’infanzia in un campo di ricerca culturale, artistica e civile. Nel 1963 ha fondato Emme Edizioni, portando in Italia autrici e autori internazionali, valorizzando illustratrici e illustratori italiani come Iela e Enzo Mari, Bruno Munari ed Emanuele Luzzati. Il suo lavoro ha contribuito a superare l’idea che i libri per bambine e bambini fossero una produzione minore. La qualità grafica, la complessità dei contenuti e la libertà dell’immaginazione sono diventate strumenti di formazione e di cittadinanza.
Laura Hoesch: il diritto del lavoro come spazio di giustizia
Laura Hoesch viene ricordata come avvocata e giuslavorista. Il suo percorso richiama un ambito decisivo per la storia delle donne: il rapporto tra lavoro, autonomia economica e diritti. Il diritto del lavoro non riguarda soltanto contratti e contenziosi. Riguarda la possibilità concreta di avere un reddito, una tutela, un tempo riconosciuto, condizioni dignitose e strumenti per contrastare discriminazioni e abusi. Per le donne, questo terreno è stato a lungo segnato da esclusioni, disparità salariali, segregazione professionale e difficoltà di conciliazione imposte quasi sempre come problema individuale.
Il riconoscimento di Hoesch restituisce visibilità a una competenza professionale che ha contribuito a rendere più leggibili e difendibili i rapporti di potere nel lavoro.
Gioia Marchi Falck: cultura, responsabilità e filantropia
Gioia Marchi Falck è indicata tra le figure della filantropia e della promozione culturale. Uno sguardo femminista, tuttavia, tiene insieme riconoscimento e interrogazione critica. La filantropia nasce spesso da disponibilità economiche e da posizioni sociali privilegiate; non deve quindi sostituire i diritti né le politiche pubbliche. Può però sostenere luoghi, ricerche, attività artistiche e iniziative sociali che altrimenti rischierebbero di non trovare spazio.
Luisa Muraro: dare autorità al pensiero delle donne
Luisa Muraro è filosofa, pedagogista e una figura autorevole del femminismo italiano. È stata tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano e una delle protagoniste della riflessione della differenza sessuale. Il suo contributo non si limita alla produzione filosofica. Muraro ha partecipato alla costruzione di luoghi di discussione, pratiche politiche e forme di relazione capaci di sottrarre l’esperienza delle donne alla marginalità. La Libreria delle donne è stata, e continua a essere nella memoria del femminismo milanese, uno spazio in cui libri, parola pubblica e relazioni politiche si sono intrecciati.
L’iscrizione nel Famedio di Muraro porta quindi dentro il Pantheon cittadino una storia intellettuale e politica che testimonia che il femminismo non è soltanto una stagione di protesta, ma anche elaborazione teorica, pedagogia, costruzione di luoghi e produzione di cultura.
Ornella Vanoni: una libertà artistica non addomesticata
Ornella Vanoni appartiene alla storia musicale e teatrale di Milano. La sua voce e la sua presenza scenica hanno attraversato decenni di trasformazioni culturali, mantenendo una riconoscibilità personale forte.
Il suo percorso può essere letto anche come storia di una donna che ha abitato lo spazio pubblico senza lasciarsi ridurre a un ruolo fisso. Interprete, attrice e cantante, Vanoni ha costruito una figura artistica capace di coniugare vulnerabilità, ironia, desiderio e autonomia. La sua lunga carriera ha mostrato che una donna può restare visibile nel tempo senza dover corrispondere a un’unica idea di giovinezza e femminilità.
Vera Vigevani Jarach: memoria, perdita e responsabilità
Vera Vigevani Jarach è giornalista, figura legata alle Madri di Plaza de Mayo. La sua storia attraversa esperienze di perdita: la persecuzione antiebraica in Europa e la desaparición della figlia Franca durante la dittatura argentina. La sua testimonianza tiene insieme memoria personale e responsabilità pubblica. Ricordare non significa soltanto conservare il passato, ma opporsi alla cancellazione, nominare le persone scomparse, chiedere verità e giustizia. La sua esperienza mostra come la memoria possa diventare una pratica politica e come le donne, abbiano trasformato il dolore privato in una presenza collettiva e internazionale.
Un riconoscimento da leggere criticamente
Le sei donne selezionate appartengono a mondi diversi e non possono essere ricondotte a una sola immagine della “donna illustre”. Non esiste una forma unica di eccellenza femminile: ci sono il lavoro editoriale, la competenza giuridica, la promozione culturale, la filosofia, la musica e la testimonianza.
Un punto comune, però, emerge: tutte hanno modificato lo spazio pubblico. Lo hanno fatto pubblicando libri per l’infanzia e dando forma a nuovi immaginari; intervenendo nel diritto; sostenendo la cultura; producendo pensiero femminista; costruendo una carriera artistica autonoma; trasformando la memoria in responsabilità civile.
La presenza di sei donne su quattordici nuove iscrizioni è significativa, ma non risolve la sproporzione storica delle rappresentazioni. Il Famedio resta un luogo costruito secondo criteri e linguaggi elaborati in gran parte da una cultura maschile. Per questo ogni nuova iscrizione femminile è importante, ma non dovrebbe essere considerata un punto d’arrivo. È piuttosto un invito a continuare a cercare e riconoscere le molte donne che hanno fatto Milano: lavoratrici, artiste, educatrici, ricercatrici, amministratrici, attiviste, migranti, femministe, mutualiste, caregiver, progettiste e organizzatrici della vita quotidiana.
Significa assumere il compito di continuare ad allargare quello spazio, perché nessuna storia femminile debba più attendere così a lungo prima di diventare parte della storia comune.
