di Antonella Eberlin, Roberta Larghi,  Francesca Rossi, Marinella Sanvito,

Sabato 28 febbraio 26 piazza della Repubblica a Roma si è riempita di migliaia di voci unite contro il DDL Bongiorno, in una manifestazione storica organizzata dai centri antiviolenza e dalle realtà femministe e transfemministe. Il corteo, partito alle 14 e diretto a piazza San Giovanni, ha visto pullman arrivare da tutta Italia, con migliaia di partecipanti che hanno scandito lo slogan “Senza consenso è stupro”, ribadendo l’urgenza di tutelare l’autodeterminazione dei corpi.

È stato un bellissimo corteo, lento, gioioso, allegro. Pieno di risate di giovani che hanno urlato con gioia, cantato e ballato per dire un NO! fermo al DDL Bongiorno.

Il cuore della protesta

La mobilitazione, che ha proseguito l’iniziativa con Manifestazioni diffuse in più piazze, del 15 febbraio, che ci ha visto anche in quel caso presenti, ha risposto con forza al DDL a firma della senatrice Giulia Bongiorno, approvato come testo base in commissione Giustizia al Senato. Il provvedimento, nato per inasprire le pene sugli stupri, ha eliminato il concetto di “consenso libero e attuale”, presente nella versione approvata dalla Camera, sostituendolo con la “volontà contraria” esplicita della vittima.

Il passaggio da “senza consenso” a “contro la volontà” sposta l’onere della prova sulle sopravvissute, richiedendo loro di dimostrare resistenza attiva, ignorando casi di paura o paralisi. Questo contraddice la Convenzione di Istanbul e gli standard UE, rappresentando un arretramento giuridico e culturale rispetto alla legge 66/96.

Le attiviste, le reti come D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, hanno unito le forze per difendere i diritti umani inalienabili. “Questa non è solo una battaglia legale, ma di civiltà: a 30 anni dalla legge 66/96, non arretreremo di un passo”, hanno dichiarato le organizzatrici, evocando anche casi come Epstein per sottolineare come la cultura dello stupro richieda consenso esplicito al centro.

Le associazioni come D.i.Re e Differenza Donna denunciano che la norma perpetua la “cultura dello stupro”, favorendo la vittimizzazione secondaria e proteggendo aggressori in situazioni ambigue.

Un’onda empatica di solidarietà

Abbiamo marciato con il cuore gonfio di empatia per tutte le donne, le soggettività LGBTQIA+ e chiunque abbia subito violenza maschile, sapendo che dietro ogni striscione c’è una storia di resilienza quotidiana nei centri antiviolenza. Migliaia di corpi, hanno riempito le strade romane, con flash mob, canti e striscioni viola che gridavano libertà e inviolabilità.

L’adesione trasversale, da associazioni come Casa Internazionale delle Donne a collettivi transfemministi, ha dimostrato che la società civile non tollera regressioni: il DDL rischia di riportare indietro l’orologio dei diritti, minando la fiducia nelle denunce e perpetuando stereotipi.

Le femministe lo definiscono irricevibile, un ritorno a stereotipi patriarcali che normalizza la sottomissione.

Perché il consenso è irrinunciabile

Il DDL Bongiorno ignora gli standard internazionali: mentre l’UE spinge per una definizione comune di stupro basata sul consenso, l’Italia opta per un approccio punitivo ma linguisticamente ambiguo. Questo principio, “senza consenso è stupro”, non è uno slogan astratto, ma uno strumento concreto per riconoscere la libertà di scelta, prevenire la violenza e supportare le sopravvissute nei percorsi di giustizia e cura.

La manifestazione non è un episodio isolato, ma l’inizio di una mobilitazione continua: chiediamo il ritiro o la modifica del DDL per tornare alla formulazione originaria. Insieme continueremo a riempire le piazze per un’Italia che protegge davvero i corpi e le vite. Unite possiamo vincere questa battaglia di democrazia e umanità.