di Angela Giannitrapani e Marilena Salvarezza.

Sabato 7 marzo 2026 alle ore 18.00, nell’ambito degli eventi per la Giornata Internazionale della Donna, ospiteremo per la seconda volta Maria Attanasio, già conosciuta qui con il suo precedente romanzo La ragazza di Marsiglia (Sellerio, 2018). Torna ora con il suo nuovo La rosa inversa (Sellerio, 2026), appena pubblicato e in prima presentazione assoluta da noi.

Con questo romanzo Attanasio, autrice di figure femminili dimenticate dalla Storia e dai grandi eventi ma a loro modo dalle vite significative, rappresenta il potere politico-ecclesiastico e la manipolazione delle masse, sfidandolo con i sommovimenti libertari ed egualitari del Settecento che provenivano dall’elaborazione dell’Illuminismo e che portarono alla Rivoluzione Francese. Questi movimenti ebbero nel Regno delle due Sicilie echi più forti di quanto la storiografia ufficiale non abbia registrato.

Attenta e appassionata indagatrice d’archivio qual è, ancora una volta parte da “un opuscolo di tre paginette con un settecentesco e accattivante frontespizio” datato 1790 che annuncia l’avvenuta uccisione di un predicatore domenicano, con il luogo, la data e l’esecuzione nel mese successivo della condanna dell’autore del delitto.

Da questi pochi fogli, trovati nella biblioteca di Caltagirone dove vive l’autrice, è nato un romanzo di quasi 350 pagine. È frequente che, nel cercare il sommerso, Maria Attanasio si imbatta in documenti, registrazioni, verbali antichi e che il suo amore di completezza storica la spinga ad indagare oltre, scoprendo il più delle volte persone ed eventi di rilievo o significativi per spiegarne altri.
Indomabile è la sua creatività narrativa e raffinata la lingua, anzi le lingue, che ricostruisce e forgia adattandole al racconto che crea. Il risultato è una narrativa con la potenza del documento storico e un impatto letterario-stilistico sapiente e affascinante nel quadro della costruzione letteraria.

La rosa inversa ha queste caratteristiche e, poiché è difficile e ingiusto in poche righe dirne, mi limito a qualche accenno.
Il romanzo è intenso e molto articolato: inizia nel 1890 circa, col personaggio del vecchio storico e archivista Giacomo Flerez, filoborbonico che vive deluso nella sua contemporaneità d’Unità d’Italia sotto i Savoia.

Il suo impegno di vita e di intelletto è ricostruire la Storia di Calacte, minuziosamente e in veridicità:
Una muraglia sterile, la sua esistenza, su cui s’infrangeva una deriva di generazioni, oltrepassata dalla vita, ma ancora vibrante dei valori civili di una storia superiore e invincibile. Che non poteva finire con lui: attraverso il libro di Calacte avrebbe ritrovato presenza e futuro

Agli inizi del 1900 gli eventi lo porteranno a riappropriarsi di un’ala del palazzo dei suoi avi, il palazzo Henares, o palazzo della Medusa, dove inaspettatamente troverà la stanza della scrittura. E da lì sarà catapultato, insieme a chi legge, nel Settecento degli Illuministi, dei movimenti libertari che si sono sviluppati non solo nei salotti e nei circoli degli accoliti intellettuali ma anche nelle nascenti logge massoniche, quelle che alla loro origine si imparentavano con gli ideali egualitari e li avevano a cuore.

Lo scontro con i poteri politici ed ecclesiastici non poteva che essere deflagrante. Una guida in questo viaggio a ritroso è il vulcanico, passionale e intellettualmente indipendente barone Ruggero Henares. Attorno a lui ambienti, personaggi, perfino un inedito Cagliostro, luoghi, teorie filosofiche, processi culturali si intrecciano e fluiscono come un magma incandescente che travolge chi legge con ritmo incalzante e con una raffinatezza linguistica che incanta e che fa aderire occhio e mente alla pagina, a ogni rigo, a ogni moto di quel tempo e di quelle vicende. Fino al coup de théâtre alla conclusione del romanzo.

Altro è bene non dire se non incontrare chi l’ha scritto.
Ma è doveroso aggiungere che Maria Attanasio non è solo autrice di prosa, anzi, nasce con la sua poesia.
Poesia e prosa sono entrambe necessarie alla “biscrittora” Maria Attanasio perché, pur nascendo da una analoga ispirazione profonda, si diversificano nella genesi e nel linguaggio. Se il romanzo è una forma che dà compiutezza e ordine alle storie e restituisce senso al passato, la poesia nasce da un dettaglio che urge e riapre le fessure e le ferite dell’io, che contemporaneamente diventano aperture al tutto.

Nella sua ultima raccolta Paesaggi della settima decade (La Vita Felice, 2025), rielaborata ad uno snodo importante della sua storia soggettiva, la scrittrice ci offre la panoramica di un quarantennio di vita.

Già a partire dal titolo, tempo e spazio si fondono in una nuova “fisica poetica”. La sua poesia si compone di tanti, concentrici “luoghi e tempi”. Può nascere in cucina, dove si provano e si assemblano ingredienti base, odori e sapori, può avere il colore della notte ma immediatamente si dilata in uno sconfinamento universale. Passa attraverso il corpo, il dolore e le gioie della carne, attraversa il luogo del nero barocco nero di Caltagirone e della Sicilia e si apre a contenere tutta la vita del mondo. Analogamente si nutre di passato come di presente. Anzi tra passato e presente non c’è differenza perché tutto coesiste nell’attimo dell’illuminazione poetica.

Nella condensazione immaginaria, una delle più potenti sintesi del pensiero umano, frammenti sparsi di esistenza naturale, psichica e sociale trovano una sintesi di verità. Questa verità si chiama vita con tutta la sua selvaggia e crudele contraddittoria bellezza, che coglie il sublime come il malato, il selvaggio, il guasto e il deviante.

Nell’opera di Maria Attanasio gli elementi materiali (il fuoco, la terra, la pietra, la lava) si mescolano con le pulsioni dell’io, con le opere artistiche, con le tracce lasciate delle donne e degli uomini. L’intuizione poetica permette di essere “ragazzo e ragazzo, pesce silente e albero incolto”. Il corpo della poeta, come ogni corpo femminile metafora di nascita, trasformazione e morte, conosce tutte le forme di vita e ne riconosce la necessità, ma questa consapevolezza coesiste in lei con un grande impegno civile, un’attenzione per gli emarginati e i dimenticati.

Nella sua poesia ci sono sempre “un anarchico e un assente”, cioè qualcuno che non riesce a essere contenuto nelle regole del potere e coloro che, come i migranti morti in mare, “non sono mai esistiti”.

L’indignazione per l’ingiustizia si inscrive nelle cellule stesse del corpo, condensa il grido inascoltato di migliaia di reietti. La parola usata per esprimere questa infinita stratificazione di esistenze in cui il naturale è diventato umano e l’umano si pietrifica, è una parola densa, scavata, dura e colta che echeggia la sapienza letteraria della sua Sicilia.

Una sezione della raccolta è scritta nella lingua dialettale, come se fosse l’unico modo per esprimere la fusione infantile con persone, luoghi, percezioni e sentimenti. Un magma originario che è la matrice della costruzione identitaria e forse coincide con il destino. Una lingua che ribolle come la lava, che rompe silenzi omertosi e non teme di osare.

Complessità con cui l’autrice cerca di dare conto della sua propria “dissociazione” “tra metafore e specchi che rimandano a altri specchi” e radicamento corporale nella vita. Forse una dissociazione che riguarda tutte e tutti, ma che solo chi ha avuto in dono la parola può esprimere. E lo può esprimere, come fa Maria Attanasio, con tutta la sapienza della vita vissuta.

“Perdonami, Signora Poesia,
adesso, nella settima decade,
ho le lacrime facili-un filo d’erba
che cede al vento, un barcone
allo sbando (fiction alla televisione)
come se questo mondo fosse
fazzoletto d’addio:
splendente giallo dell’acetosella
contagio di dolore.”

 

*Foto di copertina: Maria Attanasio al Premio Chiara 2020 © Ilaria Crea per Associazione Amici di Piero Chiara – Archivio Amici di Piero Chiara (Creative Commons Attribuzione 2.0 Generico)