di Maria Pierri.
Alla Casa delle Donne è stato presentato il bel libro Trauma infinito, appena edito da Feltrinelli (settembre 2026), frutto delle lunghe conversazioni, direi dell’amicizia, tra Samah Jabr – imprescindibile psichiatra palestinese – e Maria Nadotti – scrittrice, giornalista, animatrice di pensiero e connessioni culturali.
Insieme a loro ne hanno discusso con passione Maria Silvana Patti – direttrice del Master in Psicotraumatologia ARP, che ha già regalato a Milano due importanti seminari con la dottoressa Jabr – e la sociologa Valeria Verdolini della Università Statale di Milano, coadiuvate da una brava traduttrice, capace di restituirci anche le sfumature degli interventi di Samah Jabr.
Trauma infinito è un libro insolito e prezioso in cui le due autrici si concedono con grande generosità, permettendoci di conoscere e riflettere sulla complessa realtà palestinese attraverso i loro pensieri e attraverso le loro storie e le loro emozioni, in quell’intreccio fecondo indispensabile all‘analisi critica di un sistema culturale di tipo patriarcale, fondato proprio sulla divisione tra pensiero, corpo ed emozioni.
Nel libro la conoscenza della realtà palestinese prende forma e spessore attraverso l’impatto degli eventi storici nella vita delle autrici, con i loro effetti concreti sulla quotidianità delle persone e della collettività. E questo fa da controcanto all’intreccio tra dimensione soggettiva e dimensione politica nella sofferenza psichica dei pazienti palestinesi.
Il pensiero di Samah Jabr, capace di interrogare tutto l’impianto della psichiatria moderna e l’ingiustizia epistemologica (elaborazione di pochi privilegiati eletta a pensiero universale) su cui si fonda, nasce anche dall’intreccio delle sue profonde conoscenze con l‘ascolto amoroso delle storie e dei corpi dei suoi pazienti.
I suoi pazienti sono persone comuni di Palestina, vittime oggi di un trauma perdurante nel tempo, che attraversa le generazioni e la memoria collettiva, deliberatamente inflitto dai colonizzatori israeliani con la complicità del mondo occidentale.
In quel contesto, ci dice Jabr, l’attività clinica è inscindibile dall’impegno politico e dal coraggio morale necessari a comprendere le cause politiche e sociali alla base della sofferenza soggettiva.
È questo, per me, un grande insegnamento. Lo è per tutte e tutti, ma in particolare per noi operatrici e operatori della cura, spesso oggi convinti che le conoscenze tecniche e i protocolli terapeutici possano dispensare dall’ascolto e dal capire cosa vuol dire quella particolare malattia, in quel momento, per quella particolare persona.
Jabr ci ricorda dalla Palestina che è nostro compito interrogarci sul modo in cui le strutture sociali condizionano la salute e su come l’ingiustizia influisca sul benessere. Ed esserne testimoni. Non a caso gli operatori sanitari di Gaza sono stati uno dei target privilegiati dell’esercito israeliano e insieme un simbolo di resistenza alla disumanizzazione.
E questo ci rimanda ad un’altra delle tante “gemme” che possiamo raccogliere dal libro, un concetto dolorosamente caro anche a noi donne e a tutte le vittime di un sopruso: l’importanza di ricercare, riconoscere e nominare la verità.
“Non può esserci guarigione nella complicità, nella confusione, nella negazione, senza affrontare la fonte del danno” (p. 293); per tutti e tutte noi questo significa non fermarci alla solidarietà col popolo palestinese ma interrogarci su come le strutture stesse del nostro pensiero, profondamente intriso di colonialismo, ci abbia reso possibile “non vedere” prima, e assistere in silenzio poi alle sofferenze inflitte a uomini, donne e bambini, ai loro corpi e alla loro dignità.
Le autrici ragionano molto anche sull’importanza di restituire verità alle parole: stare dalla ‘parte giusta della storia’ non dispensa dal cercare verità e conoscenza affilata e di darne anche dolorosa testimonianza.
Io parlo perché “so che il prezzo del silenzio è troppo alto” (p. 29), ci dice Jabr quando racconta dei soprusi dell’Autorità Nazionale Palestinese, esponendo sé stessa con quella limpida concezione etica che sostiene tutta la sua attività di pensatrice e di psichiatra.
Altra pagina per me importante è la riflessione di Samah sul tempo:
“il colonialismo non si limita a impadronirsi della terra; si appropria del tempo. Velocizza tutto quello che serve ai suoi scopi. E tira per le lunghe tutto ciò che riguarda la vita dei palestinesi. […] ore evaporate sull’asfalto dei checkpoint, mesi persi nel tentativo di ottenere un permesso e vite consumate da tempi d’attesa imprecisati.” (p. 273).
Perché l’obiettivo del colonizzatore è la distruzione dei legami collettivi e la riduzione degli individui all’impotenza. Queste riflessioni hanno trovato un’eco profonda dentro di me, alle prese con un analogo disagio, nella consapevolezza di come la Palestina sia il laboratorio “sotto gli occhi del mondo” delle più raffinate tecniche non solo della scienza bellica ma anche delle più raffinate pratiche della capitalistica psicologia del dominio.
Tantissimi sono gli spunti che scaturiscono dal libro, che mi ha coinvolto profondamente come solo la conoscenza incarnata sa fare, anche per la forza della passione civile delle due autrici che hanno restituito un’immagine ricca, vitale, contraddittoria e piena di sfaccettature della Palestina.
E mi hanno reso più difficile sentirmi ‘tranquillizzata’ dalla mia solidarietà con la Palestina se non cerco di cambiare il mio modo di pensare il mondo.
@photo di copertina di Piera Vismara


