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Eccoci a fine settembre con tre romanzi che ci immergono in altrettante vite, mondi e tempi, con personagge di grande coerenza e dignità, delineate artisticamente da mirabili scritture a firma femminile. Col testo di Simona Lo Iacono Joanna degli incanti, Ugo Guanda editore 2026 siamo in pieno Seicento col suo corredo di oscurità, persecuzioni e tentativi di resistenza di una donna straordinaria. Con Igiaba Scego, Cassandra a Mogadiscio Giunti Editore S.p.A./ Bompiani, Firenze/Milano, 2023 siamo nel mondo globalizzato e interetnico di donne esuli dalla Somalia devastata dalla guerra civile e trasferite in Italia. Con Dignità  di Lea Ypi, Feltrinelli,2026 il mémoir familiare incentrato sulla vita della nonna albanese, partendo da una foto di nozze del 1941, ripercorre una genealogia femminile per oltre un secolo e propone una riflessione filosofica sulla forza morale e sulla coerenza interiore che non cedono mai all’orrore della Storia.

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Joanna Degli Incanti CoverSimona Lo Iacono
Joanna degli incanti
Ugo Guanda editore 2026

Simona Lo Iacono regala sulle sue pagine ancora un’altra donna, ripescata da un remoto passato. Una storia che ha dello straordinario proprio nella misura in cui attinge a documenti e dati reali. La riveste con la sua lingua arcaica e poetica e la restituisce a chi legge in tutto lo spessore delle emozioni, dei sentimenti e delle relazioni che la collegano a personaggi altrettanto vividi e a eventi eccezionali per quell’epoca passata.

La storia ha un preciso inizio nel tempo e nel luogo:10 novembre 1640, al palazzo Steri di Palermo. Lo Steri di Palermo è il nome con cui viene indicato il palazzo Chiaramonte, a quell’epoca sede della Santa Inquisizione. E la prima scena si apre proprio in una cella delle prigioni che, attraverso cunicoli sotterranei, si collegano alla grande sala del Giudizio. La voce della protagonista è immediata e diretta: è una monaca carmelitana, ormai avanti nei suoi sessant’anni, che nella notte è stata prelevata dal monastero e portata lì senza una spiegazione e con una sola intimazione: “State in pentimento, suor Joanna.”

Ma lei non sa di cosa debba pentirsi e quale sia l’accusa. Non ha mai fatto profezie o praticato stregoneria, ha solo dissodato e seminato la terra dell’orto del convento, sul quale è stata curva per ore, alternando la cura della terra con le preghiere. Lo dice al suo compagno di cella che trova rannicchiato in un angolo, ingolfato nel suo saio e con un cappuccio calato fino a metà volto. Lo invita a presentarsi ma lui tace e, tuttavia, lei ne percepisce il tormento interiore e allora decide di intrattenerlo raccontandogli la storia della sua vita perché “una buona storia svia la solitudine e inganna la morte”. Raccontando al compagno misterioso, racconta a chi legge in un susseguirsi simmetrico di capitoli in cui si alterna la storia di sé e del suo passato alla cronaca attuale della detenzione, in un pervicace tentativo di instaurare un contatto con l’uomo incappucciato. E Joanna De Austa racconta della sua nascita, derivata da una perdita, anzi da due: quella del padre morto, affascinante marinaio amante delle storie e quella della madre, che, benché in vita, la priva di ogni affetto a causa del suo inconsolabile lutto. Le salva l’infanzia lo zio Vescovo, fratello della nonna dove la bimba sarà ospitata.

Figura dalla mente aperta e dalla personalità poliedrica, dalla vasta e indipendente cultura sarà la vera guida per la piccola Joanna che acquisirà saperi che pur trovando nei libri il loro fondamento si alimenteranno di intuizioni e speculazioni anticonvenzionali. Non mancherà una profonda amicizia che la legherà per la vita a una bambina di poco più grande di lei. Grazie a Nucidda, Joanna imparerà a vedere non solo con gli occhi e con lei condividerà la passione, instillata dallo zio Vescovo, di piantare i semi nella terra. Non è solo un atto di rinnovo della vita e del germogliare ma anche una memoria dei morti perché il loro spirito è in quei semi. E tutta la vita di Joanna sarà un seminare, tessere relazioni e intraprendere iniziative che, pur sembrando visionarie, si riveleranno concrete e di successo, anticipando di secoli quelle che oggi sono sotto i nostri occhi come diffuse e comuni ma che agli inizi del 1600 sembravano impossibili o frutto di fantasie. Oltrepassando, senza romperle, le pastoie di un matrimonio obbligato con un uomo brutale, Joanna trasformerà la cartiera dei suoceri in una piccola casa editrice, dove operai e operaie saranno alfabetizzati insieme ai loro figli e figlie, leggeranno in gruppo i libri a fine giornata, in una sorta di gestione collettiva non verticistica e padronale dell’azienda.

I non vedenti, guidati dall’amica di un tempo, Nucidda, saranno gli operai e operaie più veloci nell’accostare le singole lettere di piombo in intere frasi, intuendo in un tempo più breve dei vedenti come una parola preveda la successiva, come una frase possa imparentarsi con l’altra. Non mancherà, Joanna, di inventare insieme a loro delle tavole con l’incisione di alcuni piccoli fori che al tatto daranno la lettura e la scrittura a chi non vede. La prima pubblicazione sarà quella di un romanzo su un personaggio altrettanto visionario e pazzo che vede un destriero in un ronzino, una dama in una ragazzotta paesana e nei mulini a vento dei giganti dalle grandi braccia. Così, sarà la prima casa editrice diventata famosa per aver fatto due cose impossibili:”Fare scrivere i ciechi. Pubblicare la storia di un pazzo”.

Non mancheranno i lutti nella vita di Joanna: figli nati morti, il primo marito disperso e poi dichiarato defunto, il secondo e vero amore aggredito a morte e, infine, i rovesci finanziari a causa della Guerra dei Trent’anni che la obbligheranno a chiudere la casa editrice, dissolvendo quel sogno diventato realtà. Ma dai lutti e dai vuoti, anche se lentamente e dolorosamente, lei riemergerà intraprendendo nuovi cammini sempre con il sostegno dello zio Vescovo fino alla sua scelta finale di entrare in convento, in seguito a delle visioni che le disegnano nuove scelte più che mai sentite e sincere.

Il romanzo racconta molto di più di questo ma non è bene togliere a chi legge non solo la sorpresa ma anche la forma originaria di quelle parti che fanno di questa lettura un vero e proprio affresco dai colori pastosi e vividi ma anche scuri e vischiosi, in cui troneggia Joanna in tutte le sue età e nella sua multiforme spiritualità. Rilevanti sono personaggi come Nucidda dalla visione trascendentale o lo zio Vescovo, spirito guida eclettico e con un segreto sepolto o lo stesso misterioso compagno di cella che viene man mano conquistato dal racconto della monaca; una Sicilia seicentesca fuori dagli sfarzi delle corti, disseminata di persone, prima ancora che di personaggi, che amano, che seguono i loro sogni, che inducono dolore a causa delle sofferenze subite, sotto l’ombra di una Inquisizione tenebrosa che qui ha occasione di riscatto. Una storia di lutti e di rinascite, di cecità e di visioni, di buio e di luce, di capacità imprenditoriali e di spiritualità dove la sorpresa risiede nella veridicità dei fatti, scoperti per caso e indagati con precisione e articolati collegamenti storici e documentaristici, come è nell’abitudine di Simona Lo Iacono.

La scrittura evocativa, attinge alla lingua del tempo per scelte semantiche e struttura sintattica e si arricchisce di un alone poetico nel ritmo delle frasi e nella scelta preziosa delle parole:

“Lo zio Vescovo si occupò anche dei pasti. Per esempio pretese che la colazione includesse l’anice stellato, che dava buona memoria. Che tra un’ora di studio e l’altra fossimo liberi di giocare, per rilassare il corpo e la mente. Che avessi a disposizione molte polveri colorate per dipingere.(…) Se volevo pensare bene, dovevo parlare bene, perché tra parola e pensiero c’era un nesso umile e sacro. Dunque era necessario leggere poemi, sonetti, poesie, rime sciolte. Ma anche i graffiti dei muri scrostati, dove si lasciavano pezzi di storie, saluti di moribondi, frasi lacerate di coraggio e passione. (…) mi portava accanto alla finestra per sentire le variazioni del vento e indovinare la categoria. (…) Ascolta picciridda, diceva. Ascolta la lingua dell’aria, è come la lingua degli uomini, impara a distinguere il suo movimento.

Io respiravo piano, mi lasciavo sfiorare dalla luce, dalla notte, dalle raffiche dei pleniluni.
Scivolavo nel sonno travolta da tutto.
Dalla miseria, dall’immensità, dal fuoco, dalle mancanze”.

Angela Giannitrapani


Cassandra A Mogadiscio CoverIgiaba Scego
Cassandra a Mogadiscio
Giunti Editore S.p.A./ Bompiani, Firenze/Milano, 2023

Igiaba Scego è una delle più note scrittrici in lingua italiana di origine migrante. Il libro è scritto sotto forma di una lunga lettera- diario che Igiaba scrive ad una amata  e lontana nipote. I giovani sono i naturali eredi di una memoria familiare e storica ma come possono impadronirsene se non la conoscono? E così la zia si assume questo compito attraverso il racconto della propria vita nel contesto di un mondo natale in frantumi.

La morte di un paese

Il dramma del suo paese d’origine, la Somalia, la rende una “Cassandra” universale che inutilmente racconta, predice e predica la tragedia della guerra, di ogni guerra. Igiaba è nata in Italia da genitori che hanno dovuto abbandonare il paese d’origine lasciando status, casa, figli e fratelli quando Siad Barre, prima promotore di riforme sociali e poi spietato tiranno, era salito al potere nel 1969. Il padre della scrittrice, noto uomo politico, e la madre, figlia di un clan nomade, si ritrovano a Roma, girovagando tra misere pensioni e squallide case, in una precarietà interiore ed esteriore che si cronicizza, alla ricerca della sopravvivenza, nell’inutile speranza di tornare a “casa”. Igiaba cresce tra Roma e Mogadiscio, dove trova dalla prima infanzia all’adolescenza una vasta famiglia,  una parte di sé sconosciuta e una realtà cittadina che ama. Lo scoppio della guerra civile nel 1991, però distrugge questo mondo di appartenenze. La lotta tra i seguaci di Siad Barre e gli oppositori, i signori della guerra, in qualche modo perpetuata fino ai giorni nostri, rende Mogadiscio una distesa di rovine e la Somalia un paese senza futuro. Igiaba ricorda in modo indelebile quella data che ha coinciso con la prima festa di Capodanno dei suoi sedici anni. Ad aggiungere orrore ad orrore, la madre in visita alla sorella in Somalia fu inghiottita dalla guerra per un lungo periodo, fino al 1992. Igiaba resta sola col padre che cerca di proteggerla dalle notizie più terribili.

Il Jirro

Ha perso una delle sue due patrie e l’unica madre e il “Iirro” parola somala intraducibile, la travolge.  Jirro, letteralmente guerra, significa anche molto altro: un trauma senza guarigione, un conflitto perenne, una scissione del sé che colpisce corpo e anima.  La bulimia di Igiaba ne   diventa in quegli anni il simbolo visibile.  Sarà la scrittura, iniziata casualmente, la strada non per una totale salvezza ma per rimettere insieme parti lacerate, per accrescere consapevolezza, per tramandare una storia individuale e universale, per ribadire ancora e ancora l’orrore senza fine della guerra, di tutte le guerre. La nipote può liberamente scegliere dove e come vivere la sua vita ma proprio per questo deve sapere chi è la sua famiglia, ricostruire i complessi legami familiari, le generazioni che vivono dentro il suo DNA; deve   conoscere le divisioni, le devastazioni che la sete di dominio e di potenza ha portato in Somalia, segnando il destino della sua famiglia.

Una lingua d’amore e d’odio

La zia esorta la nipote a imparare l’italiano per parlare con la nonna ma la lingua, le lingue, sono alla radice delle contraddizioni che attraversano Igiaba. Sua madre parla somalo e ha dovuto imparare l’italiano, Igiaba parla somalo e italiano, però la lingua della scrittura è l’italiano amato e odiato come lingua dei colonizzatori. L’amore per una lingua che la tradizione letteraria ha reso dolce e armoniosa, si lega all’odio per i suoi usi burocratici verso i migranti e quelli retorici e crudeli dei conquistatori fascisti. Usarla significa anche trasformarla, piegarla ad esprimere la soggettività complessa di scrittrici migranti, appartenenti a più mondi, contaminarla con le parole dell’altra lingua madre, il somalo. Igiaba scrive per una madre che altri definiscono analfabeta ma che è storia vivente, per una nipote che deve far sua questa lingua ambivalente se vuole comunicare con la nonna.

Dal dolore e dalla urgenza del narrare nasce un libro, profondo, complesso, e stratificato insieme di autobiografia, diario, saggio e poesia e insieme monito potente per i nostri tempi.

Marilena Salvarezza


Dignità CoverLea Ypi
Dignità
Feltrinelli 2026

UNA RADICALE GENEALOGIA FEMMINILE

Nel panorama della narrazione contemporanea, il lavoro di Lea Ypi sulla dignità rappresenta una potente riappropriazione del discorso politico e filosofico attraverso la carne, la memoria e l’esperienza delle donne. Sgomberando il campo dalle tradizionali categorie patriarcali, l’opera presenta una riflessione radicalmente femminista sulla trasmissione intergenerazionale della resistenza. Al centro di questo universo morale non vi sono gli apparati dello Stato albanese, né nella loro veste totalitaria stalinista sotto Enver Hoxha, né nella loro declinazione selvaggiamente neoliberista e patriarcale degli anni ’90, ma una fitta rete di corpi, sguardi, silenzi e posture etiche incarnate da una stirpe di donne, con al vertice la straordinaria figura della nonna materna, Leman.

Adottare una lente d’ingrandimento femminista significa innanzitutto sovvertire la gerarchia tra sfera pubblica e sfera privata. Se la Storiografia con la S maiuscola ha sempre delegato la donna al margine domestico, considerato spazio della riproduzione passiva e dell’irrilevanza politica, il racconto di Ypi dimostra esattamente il contrario: la casa è l’unico vero laboratorio di sovversione, il luogo incrollabile in cui la dignità si emancipa dalle definizioni astratte per farsi disciplina materiale e quotidiana. In un sistema che pretendeva di colonizzare ogni centimetro dell’identità individuale, la genealogia matrilineare tracciata dall’autrice si erge come una contronarrazione vivente. La catena che lega la nonna Leman alla madre di Lea, e infine alla stessa autrice, spezza il monopolio maschile della memoria. Non si tratta di una pura trasmissione biologica o di un velleitario culto degli antenati, ma di un’autentica pedagogia politica dell’autonomia, dove la dignità non si insegna con i dottrinari manuali di partito o con la retorica del martirio, con linguaggi intrinsecamente fallocentrici e bellicose astrazioni, ma con il contegno, la cura di sé, la custodia del linguaggio e l’incrollabile rispetto della propria e dell’altrui umanità.

La figura della nonna Leman emerge come un vero e proprio monumento di resistenza incarnata. Nata nell’alta borghesia ottomana, istruita, abituata a un’eleganza cosmopolita e poliglotta, Leman viene spogliata di tutto dalla dittatura comunista: la ricchezza, la posizione sociale, la casa, la reputazione e persino il diritto di parlare liberamente la propria lingua senza essere marchiata come nemica del popolo. Eppure, di fronte all’ingegneria sociale del regime che tenta in ogni modo di ridurla a un rottame della storia, Leman oppone una forma di sovversione che demolisce dall’interno la violenza patriarcale dello Stato. Il suo corpo, impoverito e privato di beni, rifiuta la degradazione; la sua insistenza nel mantenere un’inappuntabile cura di sé, nell’usare il francese come spazio inviolabile di riserva mentale, nel rifuggire l’odio e nel praticare un’accoglienza metodica, trasforma la cura del dettaglio in un atto politico di portata rivoluzionaria. Leman ribalta l’arma più potente dei regimi oppressivi: la vergogna. La dittatura cerca di instillare il senso di colpa e di inferiorità nelle sue vittime, ma la nonna restituisce la vergogna al mittente.

Il racconto mette a nudo anche le fratture e i cortocircuiti generazionali creati dalle diverse forme di oppressione. Se la nonna Leman incarna uno stoicismo aristocratico capace di guardare oltre le miserie del momento presente, la madre di Lea appartiene a una generazione schiacciata dall’ansia di riscatto all’interno di un sistema che le ha tarpato le ali. Con la fine del regime e la traumatica apertura al mercato, la madre finisce per abbracciare l’illusione neoliberista dell’emancipazione individuale, del successo materiale e del mito dell’imprenditrice di se stessa. Qui il testo svela un punto critico del femminismo contemporaneo: l’inganno di un’emancipazione che si limita ad assimilare le logiche competitive e predatorie del potere maschile. La madre tenta di liberarsi finendo però per cadere in un’altra forma di alienazione.

È Lea stessa, come nipote e figlia, a farsi carico della sintesi di questa erede. Il suo gesto intellettuale e narrativo consiste nel riattivare il principio di dignità ereditato dalla nonna Leman, decolonizzandolo tanto dall’uso che ne fa la filosofia occidentale classica, spesso scritta da uomini per un soggetto neutrale che di fatto era sempre maschio, bianco e benestante, quanto dalle sue contraffazioni ideologiche. La dignità kantiana, che impone di trattare l’essere umano sempre come fine e mai come semplice mezzo o merce dotata di prezzo, cessa di essere un teorema astratto per rivelarsi come la prassi quotidiana con cui Leman ha allevato la famiglia e protetto la propria mente. La nonna dimostra che la vera libertà coincide con la sovranità interiore e con la capacità di autodeterminarsi anche quando le mura di una dittatura stringono la gola.

Per concludere, il memoir di Lea Ypi sulla dignità si configura come un testo chiave per la rifondazione di una memoria storica a trazione femminista. Ci mostra che le vere rivoluzioni non avvengono soltanto quando cadono i monumenti o quando i carri armati sfilano nelle piazze, ma quando una donna, nell’ombra della propria casa e sotto il peso di una rimozione sistematica, decide che il proprio spirito non è in vendita. La nonna Leman trasmette una postura di insubordinazione etica che travalica il tempo. La sua vita insegna che, di fronte alla violenza della storia e alle trappole di qualsiasi sistema oppressivo, il primo atto di liberazione consiste nel rifiutare di farsi definire dallo sguardo dell’oppressore. In questo passaggio di testimone da donna a donna, la scrittura di Ypi trasforma la memoria intima di una famiglia albanese in una chiamata universale alla resistenza, ricordandoci che non può esserci alcuna vera liberazione politica che non sia fondata sull’inviolabile, quotidiana e incarnata dignità di ciascuna donna.

Giorgia Patrignani

Copertina Luoghi Diversi
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