Presentiamo in questa puntata un romanzo, un saggio e una biografia. Pur nella profonda diversità di tempi e di stile, hanno una caratteristica comune: il rimando alle sofferenze e ai pensieri che dittature, guerre e oppressioni generano, in particolare nelle donne. Tutti e tre trovano anche modi originali per rappresentare il dolore e per elaborare forme di resistenza. Il romanzo di Imma Monsò, La Maestra e la Bestia, racconta la formazione e le scelte di una donna spagnola della generazione degli anni cinquanta del Novecento, quando la dittatura di Franco si è consolidata, tra rimozione del passato e tentativi di resistenza culturali come quelli della madre della protagonista. Il saggio di Vittoria Longoni, L’urlo di Ecuba. Donne contro la guerra nell’antica Grecia e oggi, propone in modo documentato e approfondito il rapporto donne e guerra nell’antica Grecia, mettendo in relazione gli archetipi femminili della classicità con le esperienze drammatiche di oggi. Infine la biografia Etty Hillesum, Il racconto della sua vita di Judith Koelemeijer ci restituisce con vitalità e forza sorprendenti una figura diventata, attraverso il suo Diario, l’esempio di uno straordinario percorso spirituale nel periodo del nazismo sino alla sua morte ad Auschwitz, consegnandoci interrogativi e riflessioni ancora drammaticamente attuali.

Imma Monsò
La maestra e la Bestia
Feltrinelli 2025

E’ stata soprannominata la generazione del silenzio. E’ quella nata in Spagna a metà degli anni Quaranta, in pieno periodo franchista. Conclusa da qualche anno la Guerra Civile, Francisco Franco è il Caudillo e processi farsa, deportazioni, uccisioni di dissidenti e repubblicani sono la quotidianità. A volte sommersa, a volte più esplicita. Ma le bambine e i bambini che negli anni Cinquanta cominciano a guardarsi attorno non hanno idea di cosa sia successo e di cosa stia succedendo, protetti dal silenzio di genitori amorevoli e ancora terrorizzati per loro e per sé stessi.

Così crescerà Severina, in una casa sul margine di una solitaria strada provinciale in Catalogna, ad alcuni chilometri da Barcellona, con la madre Simona e il padre Román. Unico vicino, Lopez con la sua officina d’auto. La bambina non frequenta la scuola, la madre le fa da istruttrice scegliendo itinerari didattici indipendenti e fuori dai dettami della dittatura. Ma questo Severina non lo sa: segue gli stimoli materni con affidamento e con qualche occasionale confusione tra le spericolate e creative argomentazioni di Simona e quanto la sua mente di bambina e la sua concretezza possa accettare, in un ambiente solitario in cui non può avere confronti con coetanei né con adulti diversi dalla madre, dal padre, che parla poco, e dall’amico di famiglia e meccanico Lopez, col quale si limita a contare le auto che passano sulla provinciale. L’unica eccezione è la zia Julia, sorella della madre che vive a Barcellona e che invita la bambina a casa sua per brevi periodi di vacanza. Là a Severina si apre un mondo ampio e vario, sia per la dinamicità della zia che la scorrazza per tutta la città, sia per la vivacità intellettuale con la quale la donna si attornia di gente bizzarra e fantasiosa che la bambina ha l’occasione di conoscere e che a volte la disorienta non poco. I rientri a casa non sono tristi, sono rientri nella normalità quotidiana che fanno da corazza all’equilibrio che lei si è data sin da piccola:

“Il giorno in cui avrebbe spento sette candeline sulla sua torta di compleanno, la futura maestra di Dusa scese sulla spianata con l’intenzione di perdere un po’ di tempo, in attesa del momento più intenso della festa, ma nel vedere la strada desolata e i cespugli piegati dalla tramontana, sentì la necessità di tornare a casa. Si girò, fece qualche passo, rimase a osservare la finestra della cucina e, quando vide sua madre occupata nei preparativi, sentì un tuffo al cuore, come se una deflagrazione di lucidità l’avesse fulminata: “Di tutto questo un giorno non resterà niente”. A questa rivelazione seguì uno sconforto crepuscolare mai provato prima, che sarebbe diventato l’origine di tutti i suoi dolori futuri. (…) Da quel giorno iniziò a vivere con l’idea fissa di prepararsi a perdere tutto e tutti, e da tanta preparazione alla solitudine imparò a trarre piaceri che credeva unici.”

E’ l’esordio del romanzo e il battesimo esistenziale di Severina che da quel momento si impegnerà a raggiungere “alti livelli di autosufficienza”, in modo da non aver bisogno di nessuno. Questo suo lutto precoce e autoimposto, insieme a una timidezza congenita, alla mancanza di scolarizzazione e al paesaggio solitario “rafforzavano senza dubbio l’imperiosa necessità di prepararsi alla perdita e all’assenza”. E i lutti arriveranno nella sua giovinezza, con la prematura morte della madre e solo due anni dopo con quella del padre. Ma per allora lei sarà già pronta a fronteggiarli in autonomia, trattenendone solo un sopportabile dolore. Tuttavia, la sua infanzia scorre apparentemente come previsto, con le fantasiose e speculative lezioni della madre, le poche frasi del padre e il misterioso dialogo tra i genitori fatto di frasi che sembrano in codice, di tanto in tanto troncate sul più bello, con personaggi indicati per soprannome o con quello delle funzioni ricoperte. Si nomina perfino un Gesù Bambino, quelli della Parrocchia, e altri personaggi non meglio definiti. Alle richieste di chiarimenti, alla bambina viene risposto sempre in modo da eludere le sue domande. A questo si aggiungono le frequenti assenze del padre, dichiarate come viaggi di lavoro. Lei si limita a tentare di decifrare un minimo delle misteriose frasi o parole che le ruotano attorno e, in questo disciplinato processo, si ancora al dizionario, fonte inequivocabile e autorevole di significati. Raccoglie poi frasi originarie e singole definizioni in un salvadanaio, scrigno del suo patrimonio semantico per indagare il mondo circostante.

Arriverà il momento in cui dovrà affrontare gli esami da privatista per frequentare l’ultimo anno delle superiori. Il capitolo in cui la madre la prepara a questo scopo è uno dei tanti capitoli in cui la scrittrice si spende con la sua acuta ironia, trascinando chi legge insieme a Severina in un alternarsi vorticoso di conoscenze disciplinari obbligatorie e di interpretazione critica e opposta delle stesse e lasciando la povera allieva in una schizofrenia mentale a cui solo il senso di concretezza della giovane darà pace.

E così Severina si diplomerà maestra, frequentando una classe scolastica con molti limiti relazionali ma con buoni voti. E, dopo la morte della madre e del padre si prefigge un triplice obbiettivo: “vedere la neve, avere una casa e, forse, sentire finalmente di appartenere a un luogo”. Dusa, un villaggio sperduto sui Pirenei sarà la sua meta, dove nel 1962 arriva per il suo primo incarico di maestra elementare. Scesa dall’autobus l’aspetta tutto il paese, mettendo a dura prova la sua mancanza di rapporti umani e il suo persistente senso di solitudine. Ma non potrà sottrarsi né a loro, né agli alunni, né agli strani personaggi che lo popolano e che entreranno prepotentemente in relazione con lei. E così la vecchia e protettiva Justa che con Teresa l’accoglie nella loro locanda per i primi tempi, i vivaci ragazzini e ragazzine della classe, lo scorbutico sindaco e, sopra a tutti, una misteriosa e affascinante creatura, chiamata la Bestia. E’ un mondo chiuso e rude ma regolato dalla legge di base secondo cui tutti devono sapere di tutti per tenere coesa la loro piccola comunità,  proteggendo chi vi appartiene e chi, per sorte, vi capita dentro. Nessun corpo estraneo è ammesso e, dunque, gli elementi estranei, devono diventarne parte. E’ così che Severina, relazionandosi con tutti loro con alterni risultati, pian piano viene a conoscenza di un passato ignoto del paese, della Spagna e della sua stessa famiglia. Decifra man mano da frasi smozzicate, da accenni fuggevoli e da piccoli episodi in cui inconsapevolmente viene coinvolta la sua stessa storia, ricomponendo quei ritagli di frasi, quei ritagli di ricordi che nel paesetto sperduto in cima ai Pirenei prendono forma in significati compiuti.

E’ un romanzo di formazione e di memoria, di passato inconsapevole e ritrovato per i quali non basta la sola esistenza di Severina perché siano delineati completamente ma, forse, è necessaria ancora una generazione successiva per farlo. Che non mancherà.

I personaggi, dai più concreti ai più visionari, sono disegnati con pari intensità e convivono nelle pagine senza scarti, perfino la bizzarria di Severina diventa convincente e l’immaginifica madre fa da contraltare all’introversione del padre, il laconico Lopez sperduto nella sua officina, la vivace zia Julia e la protettiva Justa nella sua rudezza montanara, i tipici abitanti del villaggio, piccoli e grandi, e l’indecifrabile Bestia dalle tante esistenze. Tutti loro dentro una Spagna che alle soglie del Duemila si chiede e chiede di ricordare.

Tutto condito con lievità, ironia, a tratti anche umorismo e, soprattutto, compassione.

Imma Monsò, autrice catalana di romanzi, racconti e libri per ragazzi e ragazze, vincitori di diversi premi. Ottima la traduzione di Nancy De Benedetto

Angela Giannitrapani


Vittoria Longoni
L’urlo di Ecuba. Donne contro la guerra nell’antica Grecia e oggi
Ledizioni, Milano, 2026

Conosciamo la competenza di Vittoria Longoni e la sua passione per il mondo della Grecia antica, ma in questo suo ultimo libro è riuscita a sorprenderci, per la vastità e la profondità della trattazione. Il rapporto donne e guerra, ovviamente, è un tema che ci coinvolge in modo inedito in questi tempi sciagurati e Longoni l’affronta usando con abilità la sua profonda conoscenza della cultura greca.
Vengono analizzate tutte le figure del mito e della letteratura che esemplificano i diversi atteggiamenti, le diverse scelte che donne possono operare nei confronti della violenza bellica operata dalla cultura patriarcale, con un’importante precisazione, che l’Autrice subito introduce “Purtroppo le fonti di cui disponiamo, storiche e narrative, sono in gran parte scritte da uomini.”

Questo inficia il dato, come sempre nella storia che è stata narrata fino ad epoca recente solo da autori maschi, tuttavia è innegabile che le figure delineate rappresentano degli archetipi ben presenti nella nostra cultura, cultura condivisa da donne e uomini. Inoltre la padronanza della cultura greca permette a Longoni di puntualizzare anche il momento storico e l’atteggiamento politico degli autori a cui attinge.
Prima di entrare nella rassegna delle figure archetipiche presentate, occorre segnalare una particolarità di quest’opera :  nei diversi capitoli sono presenti delle schede che creano collegamenti con fenomeni recenti, simili o riconducibili a quelli delle vicende mitiche. Riascoltando le voci delle figure antiche possiamo rendere più forte e consapevole la denuncia delle violenze di oggi.

L’Autrice dichiara così il suo assunto di fondo:
“Questo libro nasce come contributo parziale al dibattito e alle mobilitazioni di oggi. Rilegge i grandi archetipi culturali della guerra nelle narrazioni greche, epiche e tragiche, per mettere in dialogo i volti femminili della classicità con le esperienze drammatiche di oggi”.
Ecuba, dunque che dà titolo al libro, la regina troiana resa schiava dopo la sconfitta della città, ma soprattutto la madre costretta a vedere la morte dei suoi figli e perfino del piccolo nipote Astianatte, figlio di Ettore. Come non andare col pensiero alle migliaia e migliaia di bambini uccisi a Gaza, in Cisgiordania, ora anche in Libano, alle bambine della scuola iraniana uccise nel primo giorno della guerra di USA e Israele contro Iran, delle vere e proprie Ifigenie sacrificate sull’altare della guerra.

Cassandra, la veggente inascoltata è figura centrale a cui l’Autrice si accosta,
“La profetessa troiana vede il futuro e il passato, ma non trova ascolto. Anche questo piccolo libro riprende, in parte, la voce di Cassandra: cerca nel passato remoto le radici dei mali di oggi, preannuncia possibili esiti catastrofici, ma rimane aperto alla speranza e al possibile ascolto di quanti oggi riempiono le piazze per protesta.”

La rassegna di eroine è molto ampia quanto è ampio il ventaglio di relazioni che le donne instaurano con la tragica realtà della guerra e della violenza maschile: le donne non sono state, non sono, solo vittime che assumono diversi atteggiamenti ma soccombono alla forza come appunto Ecuba e Cassandra e anche Andromaca, Polissena, Giocasta, Antigone.
Ci sono figure che agiscono anche la forza come vendetta, Clitennestra o che la rivolgono tra le donne stesse, come Elettra, che odia la madre e ne trama la morte.
Ci sono donne che imbracciano le armi e combattono apertamente, le Amazzoni, ma Longoni trova anche altro: giustamente osserva che sono narrate sempre come vittime nella cultura greca, che esalta la virilità guerriera, tuttavia un autore tardo e poco noto, Quinto di Smirne, narra che le donne fatte  prigioniere dopo la caduta di Troia

“finite tra le onde a causa della tempesta scatenata dagli dèi contro l’empio violentatore Aiace d’Oileo, durante il viaggio verso la Grecia, le schiave troiane imbarcate a forza sulle navi sconquassate e travolte in mare cercano di salvare i figli, ma prima di annegare spingono sott’acqua le teste dei loro padroni, in un estremo gesto di vendetta.”

Gustose e coinvolgenti le pagine su Lisistrata con azzeccate citazioni dalla commedia di Aristofane che mette in scena una rivolta delle Ateniesi che attuano lo sciopero del sesso come uno strumento efficace contro la politica bellica dei loro uomini e si propongono come migliori e più sagge governanti della città. “Sono una donna, ma possiedo la ragione.”
Questo testo offre lo spunto a Longoni per approfondire le ragioni e i modi dell’opposizione delle donne alla guerra:

“Possiamo riproporre oggi la commedia all’insegna della rivalutazione dell’intelligenza femminile, della ricerca di pace delle donne e della loro possibile solidarietà contro le guerre”
Un libro ampio, documentato, con numerose schede di approfondimento, una ricca bibliografia e un vasto apparato iconografico, utile per tutti e tutte, giovani o meno, anche studenti e studentesse. Un utile strumento per legare l’opposizione alla guerra a ragioni non solo emotive ma anche culturalmente documentate.

Liliana Moro


 Judith Koelemeijer
Etty Hillesum Il racconto della sua vita
Adelphi, Milano, 2025

Tante donne in una

Ponderosa e impegnativa questa biografia di Etty Hillesum, opera di Judith Koelemeijer, ma  capace di restituirci con estremo rigore una vita singola e insieme la storia collettiva che la determina, nel periodo più drammatico del XX secolo. È un libro scritto con scrupolo filologico, frutto di una ricerca vasta e complessa, corredato da uno straordinario apparato fotografico che ha il diario di Etty, le sue lettere e le numerose testimonianze di amici e conoscenti come fili conduttori, attento alla realtà dei fatti anche quando questi rompono stereotipi consolidati  e insieme emotivamente coinvolgente. Rimasto come lascito prezioso all’amico Klaas Smelik, rifiutato da molti editori, fu pubblicato solo nel 1981 diventando subito un successo mondiale e facendo dell’autrice un emblema di non violenza e spiritualità. Il libro della Koelemeijer ci restituisce invece tutte le contraddizioni di una ragazza che cerca di trovare un senso alla propria esistenza, attraverso errori, pentimenti, smarrimenti. Una donna carnale con “viso da elfo, seni pesanti e una certa goffaggine” come la descrive un conoscente; una donna ricca di umorismo e capace di affascinare l’uditorio, ma anche chiusa, timida, insicura, critica verso sé e gli altri, irrisolta emotivamente, con una vita sentimentale ed erotica  complicata, intense amicizie ma anche repentini allontanamenti e una pesante eredità familiare. Una donna “eccessiva”, ingombrante (proprio quello che rimprovera alla madre russa) e ipersensibile. Una donna che ama appassionatamente la vita ma che sceglie di abortire. Una donna misteriosa, con segreti che nemmeno gli amici più intimi conoscono e scopriranno con grande stupore dopo la guerra. Rendere però concreta, corporea e fallibile la sua figura  lungi dallo sminuirne le scelte, le esalta. Etty era giovane, spregiudicata e sensuale, in continua  dialettica tra la parte materiale e quella spirituale. Nata nel 1914, la sua formazione avviene in una cerchia prevalentemente ebraica ma laica e progressista, libera nei costumi, aperta e curiosa intellettualmente.

Un mondo che crolla

La biografia inizia nel 1941, quando Etty ha ventisette anni e fa l’incontro della sua vita con lo psicochirologo Julius Spier, allievo di Jung. Attraverso la lettura della mano l’originale studioso individua la psicologia del paziente e propone una specie di percorso analitico sui generis che comprende anche la scrittura di un diario. “Il 3 febbraio 1941 sono venuta al mondo” affermerà Etty, che definirà Spier “l’ostetrico della sua anima”. Spier non solo divenne il suo mentore, il suo amante, il suo amico ma la indusse a scrivere quel diario che la rivelò a sé stessa e a noi e le trasmise una visione unica e originale  del mondo.
Nel maggio 1940 dopo solo quattro giorni di guerra, la Germania nazista aveva sconfitto l’Olanda, priva quasi di aviazione e di mezzi corazzati e imposto un duro regime d’occupazione. Immediatamente i vincitori  pretesero una dichiarazione di “arianesimo” e l’uso della carta d’identità. C’erano quindi le avvisaglie di ciò che sarebbe successo tuttavia la consapevolezza era scarsa e la lungimiranza di pochi. Il libro rappresenta anche uno spaccato straordinario e poco noto di quello che sentiva e viveva la popolazione olandese ebrea e non ebrea. Una parte di “ariani”, abituati a secoli di pacifica convivenza, cercò di protestare contro le vessazioni verso gli ebrei ridotti al ghetto e presi di mira dai rastrellamenti. Ma la politica nazista era astuta e crudele. Alle persecuzioni seguivano periodi di bonaccia, si facevano dichiarazioni di buone intenzioni e si cercavano complicità chiudendo gli ebrei in vicoli ciechi letterali e morali. Un esempio sono i Consigli ebraici (Judenrate in tedesco) organismi amministrativi imposti dalle autorità naziste nei ghetti e nei territori occupati. Costretti a operare in condizioni disumane e di costante ricatto, mantengono sempre una drammatica ambivalenza, stretti tra la necessità di fare da intermediari e di portare aiuto e invece farsi complici nello stilare elenchi per le deportazioni nei campi di sterminio. L’occupazione e l’umiliazione disumanizzano le persone, rendendole preda di istinti primari e incoercibili anche se alcune riescono a far emergere le energie migliori, come gli appartenenti, ebrei e non ebrei, alla resistenza olandese.

I cieli dentro di me

In questo  clima drammatico si svolge la conversione interiore di Etty che i passi del diario registrano  fedelmente. Dapprima Etty è riluttante alla scrittura che sente come necessaria ma dolorosa, poi però l’avverte come l’unica strada per dare forma e senso al soverchiare di pensieri ed emozioni e per raggiungere il nucleo primario dell’interiorità dove abitano  l’essere e Dio. Nel diario Etty applica a sé una disamina impietosa: si chiede chi sia, quanto siano chiare e sincere le sue motivazioni, quanto sia preda di pensieri scissi e psicotici. La vena di follia è del resto molto presente in famiglia in varie forme: la malattia mentale dei due fratelli, le depressioni del padre studioso, il carattere rumoroso ed eccessivo della madre di origine russa: una famiglia disunita e infelice che però dimostrò dignità e amore nel momento supremo della fine. Ma se le intenzioni di Etty sono sincere, il diario e l’autobiografia sono sempre strumenti potenti di autoinganno e il suo non fa eccezione. Alcune amiche sopravvissute che li lessero ebbero percezioni molto diverse di episodi che avevano vissuto insieme. Anche in questo caso, tuttavia, ciò che può limitare diventa invece un potente fattore di grandezza: il diario trabocca della vivida visione del mondo dell’autrice, della sua grande fantasia, della sua abilità straordinaria di scrittrice e risponde a una verità più profonda della fedeltà letterale a singoli episodi, la verità di un’anima che si rivela a sé stessa. I suoi testi di riferimento sono la Bibbia, Le lettere ai Corinzi, i suoi autori Rilke, Dostoevskij, Tolstoj. Etty trova una forma del tutto personale di fede che unisce Cristianesimo e Ebraismo. Intanto matura alcune convinzioni che diverranno le sue stelle polari. Nessuna oppressione può impedire la libertà di pensieri e sentimenti. Il mondo interiore inalienabile è più importante della realtà bruta. Tutto confluisce e trova armonia in quelli che lei definisce “I cieli dentro di me”, l’equivalente dello “spazio interiore del mondo” nella poesia di Rilke. L’azione, perciò, non può  avere ragioni solo pratiche e non si deve reagire in modo meccanico agli eventi del mondo che invece vanno filtrati ed elaborati dentro di sé. L’imperativo è ricambiare l’odio con la compassione. Non sono i singoli “ma un sistema perverso” che genera il male e l’oppressione. Tra reagire e resistere Etty preferiva assumere su di sé il destino del suo popolo e se necessario morire. L’accettazione della morte, connaturata alla vita, l’arricchiva e la pacificava. Convinzioni che, pur con momenti di sconforto e battute di arresto, l’accompagnarono fino alla fine e  sulle quali Etty si misurò dialetticamente con tutti gli amici che volevano salvarla.

L’ineluttabile

Come molti altri, Etty all’inizio  del 1942 oscillava tra incredulità e angoscia. La cerchia di ebrei di cui faceva parte viveva febbrilmente, sull’orlo dell’abisso, per esorcizzare il terrore. L’otto dicembre del 1941 fu aperto il primo campo di sterminio in Polonia e all’inizio del 1942 le basi della soluzione finale degli ebrei erano ormai gettate con la conferenza di Wannsee. Si intensificarono discriminazioni, rastrellamenti e deportazioni anche in Olanda ma ancora persisteva una incredulità diffusa sulle voci di genocidio che cominciavano a circolare. I più, ed Etty fra loro, ingannati dai nazisti, pensavano che gli ebrei fossero mandati nei campi di lavoro e che sarebbero poi tornati alla normalità. La vita quotidiana di coloro che non erano a ancora deportati era comunque infernale; privati di tutto (studio, lavoro, amici, libertà di movimento) costretti ad indossare la stella gialla sono morti che camminano. Tutto ciò che prima era naturale diventa impossibile.

Il primo luglio del 1942 la certezza dell’ineluttabile si fa  strada in Etty che la scrive sul diario. Quando arriva anche a lei la lettera di convocazione per il campo di Westerbork, sebbene sia teoricamente preparata, la realtà brutale spazza tutte le sue illusioni. Accetta un posto di dattilografa nel Consiglio ebraico ma nella convinzione che così il suo soggiorno a Westerbork potrà essere di qualche utilità anche ad altri deportati e a questo si atterrà rifiutando di nascondersi e di mettersi in salvo. “Qualcuno dovrà prendere il mio posto se io mi sottraggo”. Dice addio alle persone più care a cominciare da Spier e Pa Han, il suo padrone di casa e amante. Per mesi Etty passò periodi nel campo di Westerbook alternati a ritorni ad Amsterdam anche per ragioni di salute e, in due lettere magistrali, fece il resoconto di quel luogo nell’arida brughiera, ai limiti della sopravvivenza in cui tuttavia la sua vita interiore ha modo di trovare nuova linfa. Il 6 giugno del 1943 Etty lasciò Amsterdam per l’ultima volta. Per mesi, cercò inutilmente di salvare i genitori e alleviare le sofferenze dei deportati fino a che giunse anche la sua ora. Perduto lo status di membro del Consiglio ebraico, fu inviata ad Auschwitz. Quale sia stato il suo destino non sappiamo, l’unica certezza è la morte. Forse sgomitò anche lei per un pezzo di pane, ma sicuramente aveva temprato la sua anima. “E non viviamo forse ogni giorno una vita intera e ha molta importanza se viviamo qualche giorno in più, o in meno? Io sono quotidianamente in Polonia, su quelli che si possono ben chiamare dei campi di battaglia, talvolta mi opprime una visione di questi campi diventati verdi di veleno; sono accanto agli affamati, ai maltrattati e ai moribondi-ogni giorno-ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra, in una vita c’è posto per tutto. Per una fede in Dio e per una misera fine” ( Diario pag.673, cit. pag.464 Koelemeijer)

 Ancora ci interroga

Quello che conta è che la sua figura ci interroga ancora nel presente drammatico che viviamo e le sue domande sarebbero probabilmente quelle che ci poniamo: la strada del non odio e della non vendetta è possibile ed efficace? Come può succedere che un governo, fatto dai discendenti della Shoa possa perpetrare su un altro popolo gli stessi orrori, nella complicità generale? Il male è ciclicamente destinato a ritornare in nuove forme? E perché siamo ciechi finché non è conclamato? C’è ancora qualcosa in comune che possiamo chiamare umanità? Non abbiamo risposte ma la speranza è nel continuare a porle.

Marilena Salvarezza