L’urlo altissimo di Ecuba di fronte al figlio ucciso e trascinato nella polvere si replica in quello di Antigone che davanti al cadavere insepolto del fratello stride come un uccello alla vista del nido svuotato dei suoi piccoli, nelle suppliche delle madri dei caduti a Tebe che desiderano riabbracciare i corpi dei figli almeno nella morte. Oggi si riproduce di fronte a nuovi gravi crimini di guerra e contro l’umanità: nelle voci delle donne palestinesi, parenti e compagne di giovani torturati/e e uccisi/e, nelle madri di Plaza de Majo alla ricerca di figlie/figli fatti scomparire da una dittatura feroce, in tutti i momenti in cui la violenza della guerra e del potere tenta di recidere le radici stesse dell’umanità.
Il testo di Vittoria Longoni L’urlo di Ecuba– Donne contro la guerra nell’antica Grecia e oggi-. Ledizioni 2026, mette in relazione i grandi archetipi femminili del mito – Ecuba, Andromaca, Ifigenia, Cassandra, Antigone, Lisistrata e altre – con le esperienze dei conflitti contemporanei.
La guerra non è scritta nel nostro DNA: cercando le strutture di potere che costruiscono e legittimano le guerre, appare la centralità del dominio maschile nel tentativo di imporre la legge del più forte, intesa in modo brutale. La guerra che nasce dal contesto patriarcale oggi è più distruttiva, e non meno feroce di quella antica: donne sacrificate e violate, genocidi, bambini uccisi, città distrutte, esodi forzati, corpi insepolti, torture, tentativi di cancellare voci e memorie.
Tra ermeneutica e impegno civile, nel libro si intrecciano analisi testuali, ricostruzioni storiche, reportage dall’attualità. il dialogo tra fonti antiche e documenti contemporanei fa emergere la continuità della violenza patriarcale e la permanenza, anche nella cultura greca antica androcentrica, di donne che esprimono dolore, protesta, distanza dai valori maschili, a volte lotta aperta e indipendenza.
L’urlo di Ecuba punta a trasformare il dolore in testimonianza e protesta, a riconoscere la responsabilità nella prevenzione delle atrocità e nella cura delle vittime, a proporre alternative all’uso della forza, a valorizzare il contributo delle donne che nei millenni hanno resistito ai poteri dispotici e rivendicato le esigenze dell’umanità. La parola può essere strumento di memoria, di denuncia e anche di cura collettiva.
Le figure tragiche dell’antica Grecia- in due casi anche quelle comiche- concorrono a mostrare le radici delle guerre, mentre le parallele vicende contemporanee restituiscono concretezza e urgenza. L’urlo di Ecuba invita a lottare per la pace e per i diritti umani, a riascoltare le parole antiche per dare forza a chi oggi s’impegna contro le guerre e i poteri dispotici e costruisce reti di solidarietà, contro la catastrofe.
Gruppo Libr@rsi
L’Evento fa parte del programma della Civil Week

