di Angela Giannitrapani

Una fisarmonica color miele, sembra di legno. Abbracciata a lei, Giulia Bertasi che con il corpo esile segue ogni sospiro del mantice mentre lo strumento è come incastrato nello sterno di lei. Le prime note, poi il pubblico è invitato con un cenno a intonare “Sebben che siamo donne…”. Cantiamo La Lega all’unisono con la fisarmonica e con le altre due donne sul palco: l’attrice Susanna Gozzetti e lei, che ha inventato questo pomeriggio e è venuta a regalarcelo: Benedetta Tobagi. “La resistenza delle donne- Ieri e oggi” si chiama l’appuntamento del 9 marzo alla Casa delle Donne di Milano, durante le celebrazioni del compleanno della Casa.

Sai chi sei? / Sai a cosa sei chiamata? Per cosa vale la pena vivere e morire? / Che cosa è giusto fare? / (…) Chi vuoi essere? / (…) Sei madre? Ti senti madre? / (…) Potresti uccidere? E dare, invece, la vita? / (…) Essere donna è avere la guerra dentro, sempre, da sempre. / Cosa farai nei conflitti là fuori? / Come scriverai il tuo nome nel libro grande della storia e della vita?”

Note dolenti che a tratti si interrompono bruscamente quasi a rendere giustizia, col loro silenzio, ai punti interrogativi. Fisarmonica e attrice ci conducono ai dilemmi tratti dall’introduzione del libro di Benedetta Tobagi La resistenza delle donne, Einaudi 2022, Premio Campiello 2023. Dal libro è scaturito il reading teatrale a cui assistiamo. E Tobagi comincia a raccontare. Dal libro, denso e riccamente documentato di testimonianze e fotografie, cucite con le riflessioni storico-sociali dell’autrice, fuoriesce la sua essenza, un’anima, che serpeggia agile nello Spazio da Vivere stracolmo di gente. La nostra contadora ci trasporta in uno dei periodi più bui della Storia ma lo illumina con il racconto di uno dei fenomeni più straordinari della storia delle donne: la resistenza al femminile. Benedetta segue un copione fluido e incisivo. Con il suo sguardo ampio, con un cenno della mano, con una inclinazione del capo conclude la frase per dare l’attacco all’attrice o alla fisarmonica. Le tre donne raccontano, suonano, recitano in una intesa stretta. Ne escono ragazze, donne giovani o mature, casalinghe, maestre, laureate, contadine. Tutte fuori a dare testimonianza delle loro storie. Con la voce Susanna ogni volta si adatta a questa o a quella e ne sceglie la postura del corpo. Appaiono le invisibili, le staffette, le sindacaliste, le appartenenti ai Gruppi di Difesa delle Donne, quelle in funzione di comando, che pure c’erano; quelle che tenevano i collegamenti, infermiere, spie, perfino suore. E quel magma di donne che nei casolari o nelle case di città veste, sfama, nasconde partigiani e disertori di un esercito italiano sfilacciato. Rischiano la vita, vengono stuprate, vengono fucilate. Le sopravvissute resistono e continuano, ispirando grandi saggiste, come Anna Bravo, Anna Maria Bruzzone e altre, a coniare per loro il termine maternage di massa.

Benedetta Tobagi, Giulia Bertasi, Susanna Gozzetti. Foto Isabella Balena

E poi l’assurdo esplode, tra tante testimonianze: sentirsi libere nella Resistenza. Perché entrare nella Resistenza per molte di loro ha significato allontanarsi da famiglie costrittive oppure dare onore a famiglie libertarie; ha significato scappare dai confessionali, da ruoli mortificanti, da una inesistenza sociale e storica per andare incontro all’affermazione delle proprie opinioni, dei propri bisogni in un flusso collettivo che reclamava libertà. Con o senza armi? Ciascuna ha fatto la sua scelta in coscienza. Ma di sicuro, tutte furono pronte a fare guerra alla guerra. L’ingiustizia della Storia di averle ricacciate da dove erano venute non ha fatto rinnegare loro nulla: “Andava fatto e lo abbiamo fatto”. Ma in molti casi non furono più quelle di prima.

La fisarmonica si stringe nei soffietti, poi si allarga; Giulia la inclina su un lato e la sua schiena le si curva sopra, accompagnandola. L’attrice pronuncia l’ultima parola dell’ultima frase dell’ultima testimone. Benedetta Tobagi allarga le braccia, guarda le sue compagne, guarda noi. Ripete: “furono pronte a fare la guerra alla guerra”. E chi di noi non sente evocare il presente? Ma lo racchiude in uno scroscio di applausi.

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