Eccoci con le nuove proposte, tre romanzi da leggere tutto d’un fiato: un regalo per le molte appassionate di Olive Kitteridge, Olive, ancora lei di Elizabeth Strout, Einaudi 2020; il delicato e coinvolgente flusso di coscienza di una zia indimenticabile, l’ultimo lavoro di Rosangela Pesenti, Come sono diventata femminista, Manni, 2020; un perfetto romanzo  “di storia e d’invenzione” riattraversato dall’anima, ambientato nelle isole ioniche di Zacinto e Cefalonia, Silvia Mori,  Due isole, Tufani, Ferrara 2019

Elizabeth Strout
Olive, ancora lei
Einaudi 2020

Foto copertina 1 (Strout)In molte abbiamo amato Olive Kitteridge, protagonista nel 2009 del pluripremiato omonimo bestseller di Elizabeth Strout. È una donna alta e robusta, ex insegnante di matematica, moglie del farmacista di un piccolo paese battuto dai venti sulla costa atlantica del Maine. Ha un carattere burbero e a volte scostante, sincero fino alla brutalità. Ma è capace di empatie profonde verso le persone che incontra.

La ritroviamo a 73 anni. Suo marito Henry è morto dopo una lunga degenza post ictus, suo figlio Christopher vive da tempo con la famiglia dall’altra parte degli Stati Uniti. E lei, nelle prime pagine del romanzo, inizia un’impacciata relazione con Jack Kennison, un coetaneo ex docente di Harvard, come lei vedovo e con una figlia, lesbica, lontana. Ha una pancia prominente e dopo l’intervento alla prostata porta i pannoloni, come le confessa subito. L’inizio della loro relazione ricorda “Le nostre anime di notte” di Ken Haruf. Poi dormono sempre “abbracciati, nessuno dei due lo faceva da anni”. E parlano, si raccontano vite, coniugi, tradimenti, le difficoltà con i rispettivi figli, il timore di non essere stati bravi genitori.

Intorno alla loro storia, l’intelligenza acuta della Strout disegna, attraverso altri personaggi e personagge, un quadro impietoso della società americana. Ma Olive è sempre Olive. Riesce a simpatizzare con la badante che espone sull’auto l’adesivo dell’odiato Trump. O a consolare, con poche apparentemente secche parole, la donna in chemioterapia che ha paura di morire. Sullo sfondo è sempre presente, attraverso rapide e poetiche pennellate, la natura selvaggia del Maine con la sua luce, meravigliosa in febbraio.

Grazia Longoni


Rosangela Pesenti
Come sono diventata femminista
Manni, 2020

Foto copertina 2 (Pesenti)Prende e avvolge come “un filo di Aracne”, con momenti di rabbia e sconforto e con passaggi ricchi di bellezza che sono “un bendaggio messo intorno al cuore”, questo ampio racconto in sette giorni in cui una simpatica zia femminista aspetta e prepara l’arrivo a casa sua della pronipote Valentina, del suo gemello gay e del compagno di lui.  Un lungo flusso di coscienza si srotola dalle sensazioni del presente ai ricordi che emergono dal passato, rievocati da un oggetto, da un pensiero, da un incontro. Un’infanzia in cascina, accanto agli animali, segnata da una religiosità che a volte era rito convenzionale e mortificante, altre volte comunicazione panteistica con il creato intero. Ritratti di donne di famiglia, con cui scontrarsi e ritrovarsi. Il succo di una vita riassaporato e distillato tra le passeggiate al mare, le emozioni quotidiane e i dialoghi con la gatta e altri animali, e con le donne: Layla, collaboratrice e amica; la vicina di casa, dottoressa raffinata e un po’ padronale.  La giovane e sveglia Valentina vorrà dalla zia tutti questi racconti e desidererà sapere come e perché è diventata femminista. La protagonista (che è anche voce narrante) è convinta che “il femminismo è come una zia”: una presenza discreta, autonoma, pronta a dialogare e a confortare; per lei, è una presenza ormai incisa nel corpo e nel respiro, dentro emozioni e pensieri . E’ una donna che ha conquistato la sua autonomia e che la può trasmettere: “Fai ogni giorno una cosa per te, una cosa per una donna che ti sta accanto e una cosa per il tuo genere”. Con una felice trasposizione narrativa e con la giusta distanza, l’autrice riversa in questo racconto prezioso e delicato, ricco di case, di mare e di tramonti, tanta parte di sé e del suo percorso, regalando anche a noi una zia indimenticabile.

 Vittoria Longoni


Silvia Mori
Due isole
Tufani, Ferrara 2019 

Foto copertina 3 (Mori)«Se la civiltà deve sopravvivere l’espansione della comprensione è una necessità primaria», partendo da questa affermazione di A. N. Whitehead, si può sgombrare il campo da ogni dubbio sul valore storico dei libri di Silvia Mori. Si tratta di uno sguardo familiare e intimo, tutta l’opera di Mori consente ai fatti storici respiro e profondità insieme. È una scrittura storica secondo la visione di Vico che nella sua opera Scienza nuova afferma il diritto di analizzare gli accadimenti non solo dal punto di vista causale ma attraverso gli

«universali fantastici» che riguardano le forze emotive e passionali che ritroviamo in ogni vita umana.

Detto questo e nonostante l’autrice nell’epilogo affermi di non aver voluto scrivere un libro di storia, ecco l’ultimo romanzo scritto da Silvia Mori che rispecchia perfettamente l’auspicio di Whitehead citato prima e che prosegue auspicando «l’espansione della comprensione attraverso un senso di penetrazione».

Nel libro Due isole Silvia mette in moto il suo naturale approfondimento storico legato alla ricchezza immensa del suo universo affettivo e ne esce ancora una volta la “sua” storia.

Un modo di immaginare il reale che ricorda l’«esse in anima» di Jung, un «costante atto creativo» in cui la storia dei fatti si confronta con la fantasia ma non perde valore di denuncia.

I fatti riguardano due isole ioniche, Zacinto e Cefalonia, luoghi amatissimi dall’autrice che di Cefalonia ha fatto la sua residenza nei mesi estivi.

Il racconto si snoda su due piani temporali: gli ultimi anni della seconda guerra mondiale dal 1943, precisamente, e il 1953, in agosto, anno del terribile terremoto che distrusse quei territori in modo drammatico e gli eventi immediatamente successivi.

Le vicende narrate nel libro riguardanti gli ultimi anni di guerra in Grecia sotto l’occupazione tedesca, si basano su un fatto unico nella storia della Shoah, tutti gli ebrei residenti a Zacinto, 275, furono protetti e messi in salvo dalla deportazione grazie all’impegno estenuante dell’Arcivescovo Chrysostomos, figura sublime di padre eroico del suo gregge, coadiuvato dal sindaco Carrer.

Entrambi furono riconosciuti fra i “Giusti tra le Nazioni” dallo Yad Vashem di Gerusalemme.

L’autrice incastona nel racconto dettagli ritagliati alla perfezione delle vicende internazionali che stanno alla base del grande conflitto, un mosaico di informazioni che accompagna nella lettura e regala alla narrazione quel senso storico sul quale lei minimizza.

È puntuale e disgregante la descrizione della strage della brigata Aqui, Silvia usa il suo linguaggio storico, conscio e preciso ma insieme empatico e coinvolgente.

Il terremoto del 1953 viene ricordato dall’autrice come evento catastrofico, quale fu, ma fa da collegamento agli accadimenti della guerra, vennero infatti distrutti insieme alla maggior parte delle case anche tutti gli archivi comunali e parrocchiali, improvvisamente la popolazione rimasta in vita si trovò senza passato scritto, verificabile, alle spalle e la tradizione orale acquistò dignità di legge.

Erano passati solo dieci anni e le gesta eroiche compiute per salvare gli ebrei erano ancora ben presenti nei cuori, l’Arcivescovo e il sindaco erano ancora vivi, pur se di età differenti, così come molti degli isolani che contribuirono a nascondere i loro concittadini in pericolo.

Dati storici, dunque, effettivi, raccontati dopo un lavoro profondo di ricerca, come sempre nelle opere di Silvia Mori, questa volta non sulle carte ma con quell’arma potentissima che è il linguaggio, perché, come ricorda Ezio Raimondi, «linguaggio e memoria sono intimamente congiunti».

È con la consapevolezza di questo assunto che l’autrice si è fatta carico di chiedere, ascoltare, raccogliere e rielaborare le testimonianze di chi ancora poteva fornirle, “gli amici di Cefalonia”, come lei stessa ricorda, chiamati a fare da eco a questi avvenimenti nel suo libro.

Romanzo costruito benissimo, sulla base di eventi tragici prende forma, questa sì immaginata, la storia d’amore di Dionisios e Cristina che in tempo di guerra si innamorano e durante il terremoto ritroviamo sposati e genitori, testimoni perfetti della forza dirompente della continuità dell’esistere. La guerra irrompe come un terremoto delle coscienze nel libro, le scosse profonde e laceranti per la terra nel ’53 sono paragonabili ai sussulti agghiaccianti per gli animi e i corpi di un’umanità ridotta solo a vittime e carnefici.

Silvia racconta con tensione narrativa precisa il grande dramma dilagante nel mondo, lo fa restando nelle due piccole isole, ma riesce a dare contenuti che regalano quello che W. James definiva «l’equivalente morale della guerra», cioè la vittoria dell’etica contro l’orrore.

Purtroppo sappiamo quante volte la ragione e la volontà umana di contrastare la pazzia devastante fu vana, ma Silvia ci racconta di una vittoria invece, della vittoria sulla morte certa degli ebrei di Zacinto se l’eroismo di due persone ma anche l’aiuto di tutti gli abitanti dell’isola non avesse cambiato il loro destino.

La necessità di raccontare questi fatti, perché so che Silvia si è data questo compito per amore dei luoghi, per rispetto della gente, per testimoniare uno stralcio di umanità feconda nello sterile territorio della guerra, bene, questa necessità risponde anche e soprattutto a quella via che la letteratura segue indomita, la grandiosa persistenza del racconto, l’insistenza del racconto che fa di scrittori come Silvia simboli di testimonianza vivissima e resistenza alla barbarie.

Elisabetta Roncoli

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