Mentre si avvicina l’estate proponiamo un’interessante e nuova raccolta di racconti, ricca di sensibilità e sorprese: “Un’altra metà di mondo” di Angela Giannitrapani (Rende, Rossini editore, 2022); e il romanzo di Karina Sainz Borgo, “Notte a Caracas” (Torino, Einaudi, 2019).

L’autrice, venezuelana, ha trasformato in romanzo la sua conoscenza e il suo giudizio sulla realtà attuale del Venezuela. Sono testi da leggere subito o da “mettere in valigia” per l’estate che si avvicina. Oltre a tutto, nel pomeriggio 16 giugno, dalle 17:30 terremo nel giardino della Casa e in Bibliomediateca il consueto appuntamento di bilancio delle attività e di consigli estivi di lettura, e di prestito estivo a lunga scadenza, appunto: “Libri in valigia”.

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Angela Giannitrapani
Un’altra metà di mondo
Rende (CS), Rossini editore, 2022

Un'altra metà del mondoIl testo contiene racconti ricchi di sensibilità, discrezione e sorprese narrative. Angela Giannitrapani ama raccontare soprattutto le donne, ma sa creare anche personaggi maschili, come il “vecchio leone” dell’omonimo racconto, che tra brontolii, incomprensioni e improvvisi spazi di serenità entra in una relazione fatta soprattutto di silenzi e di gesti con la giovane nuora.

Angela lavora a suo agio sul telaio breve del racconto in cui condensa vite e storie di donne. Si cala con partecipazione e con un linguaggio sensibilissimo nelle loro emozioni, nei particolari delle loro esistenze e relazioni; esplora le diverse quotidianità con attenzione e amore, perché già contengono tesori.

Nelle vite ordinarie però a tratti si manifesta qualcosa di insolito: uno sprazzo di libertà, una svolta, una capacità mai conosciuta prima, la rivelazione di altri mondi e culture. A volte si tratta di un dolore anche tragico affrontato creativamente, a volte di un incontro, a volte della rivelazione di una verità tenuta nascosta per decenni o situata al capo opposto del pianeta, a volte di una possibilità inattesa o un completo cambio di lavoro e di vita. La libertà femminile si fa strada attraverso percorsi impensati, trova vie nuove alla cura e riempie di significato le esistenze.

In tutto questo sta quell’“altra metà di mondo” che costituisce il titolo della raccolta. Altra metà geografica, quella dei paesi di culture diverse da quella occidentale, lontani dal consumismo e oppressi dalla miseria; la metà del genere femminile, oltre il protagonismo androcentrico; altra metà di significati e di scoperte dentro una medesima esistenza, dopo un punto di svolta.

La trentacinquenne precaria a vita, oppressa dai tacchi a spillo, dai tempi strettissimi delle relazioni da consegnare nei vorticosi cambi di uffici, di lavori, di colleghi; dagli aperitivi del “popolo da happy hour”, tutti uguali e a base di “cibo-non cibo”; dalle relazioni fluttuanti e occasionali con gli uomini, aveva conosciuto un po’ di tregua solo nell’amicizia con Martina. “Ma Martina se ne era andata. Di punto in bianco le aveva detto che non sopportava più il suo lavoro. Che non era un lavoro e non aveva proprio più voglia di stare dieci ora al giorno con la cuffia conficcata nelle orecchie a convincere il mondo intero a comprare aria fritta”.

Berta, a cui non riusciva mai “nulla di buono” nella sua isola mediterranea affacciata sui transiti dei migranti, è considerata da tutti una minorata, un’inetta, tollerata dalla comunità che l’accetta nei suoi limiti e ne compatisce le numerose incapacità. Ma si riscopre molto capace in un mondo completamente altro.

Una bambina, travolta inconsapevolmente da una tragedia familiare, racconta dal suo punto di vista l’arte della mamma, della nonna e delle altre persone attive nell’ospedale in cui è ricoverata. Un’arte che le consente di proteggersi e di salvare le relazioni fondamentali.

Amanda, una turista occidentale di mezza età, viaggia in India accompagnata da un autista locale. La narrazione, felicemente bifocale, alterna la prospettiva dell’autista e quella della turista.

Una misteriosa lettera d’amore svela i contorni mai dichiarati di una passione che ha legato un’insegnante a una giovane allieva.

Una strana valigia mai aperta prima scopre una parte insospettabile nell’esistenza della madre di Julia, un passato eccezionale e forse indicibile per alcuni aspetti. La figlia alterna nella propria vita l’attività di perfetta ricamatrice con quella di reporter di guerra. “Parlare delle donne nelle guerre degli uomini era una scelta sua, e di ogni parola si sentiva responsabile. Donne lapidate, donne col burka, donne col velo, donne col viso scoperto. Perfino donne in uniforme. Anche di quelle scrisse, come se dovesse risponderne lei stessa.”

Zita, ragazzina perbene educata a scuola dalle suore, ha trascorso la vita in un lungo e docile matrimonio con un marito abitudinario e un po’ noioso; alla morte del coniuge resta vedova, autonoma e dignitosa, all’età di 82 anni. E si ritrova, non è mai troppo tardi.

Ci si immerge con molto piacere in queste letture e si esce con la felice sensazione di aver incontrato donne meravigliosamente vere, anche se a volte sognate e create, ma capaci di una vita speciale. Come lo sono, a guardarle bene, molte esistenze di donne.

Vittoria Longoni

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Karina Sainz Borgo
Notte a Caracas
Torino, Einaudi, 2019

Notte a Caracas (Sainz Borgo)La morte della madre patria

L’autrice, venezuelana, vive in Spagna da molti anni. Giornalista, commentatrice politica, ha trasformato in romanzo la sua conoscenza e il suo giudizio sulla realtà attuale del Venezuela. La protagonista del libro, donna giovane e sola, tiene un resoconto della sua vita a partire dalla morte della madre, evento per lei decisivo sul piano concreto e simbolico. Morte e vita in una macabra danza si intrecciano, oscene feste si celebrano su bare aperte e il cimitero devastato rispecchia lo stato della città. È una notte senza giorno a Caracas dove il libro è ambientato, in un imprecisato momento degli anni ottanta del ventesimo secolo. Il buio minaccioso è Il riflesso della condizione sociale ed esistenziale in cui la città è precipitata. L’autrice presenta un universo di donne sole, unite da vincoli di sangue, divise da una diversa vicenda generazionale. Le madri, quella della protagonista o quella di Aurora Peralta che diventerà il suo alter ego, hanno avuto dal Venezuela, paese di nascita o di adozione, opportunità di crescita che ora nega alle figlie. Hanno potuto studiare, spostandosi dal paese alla città, hanno potuto ricrearsi un’attività economica dopo l’emigrazione come i tanti immigrati (spagnoli del continente e delle isole Canarie, italiani) che il Venezuela ha accolto negli anni ’50-’60 del ventesimo secolo e a cui ha permesso di costruirsi un lavoro e una nuova vita.

Sopravvivere, non vivere

La morte della madre, allegoria dell’agonia di un paese, avviene in un crescendo di violenza quasi metafisica. Squadroni paragovernativi spadroneggiano senza più parvenza di legge. Il tema centrale è la sopravvivenza individuale che è anche la sopravvivenza della classe media. Chiusa in una dimensione sempre più claustrofobica, dove domina la paura di tutto e di tutti, Adelaida, la protagonista, trova un giorno la sua casa occupata dalla Marescialla e da altre donne, grottesche e minacciose vestali di un regime che da una parte esaltano e dall’altra tradiscono. Sale quindi nell’appartamento di Aurora, donna solitaria, insignificante, orfana anch’essa di una madre dominante e la trova morta.

Sostituirsi a lei che ha tutte le credenziali per emigrare in Spagna diventa la sua unica possibilità di salvezza ma anche una discesa agli inferi senza certezze. Vuol dire rinunciare alla propria identità e ai propri valori che si sgretolano, accettare la propria viltà, diventare sempre più simile all’oppressore disseccando ogni radice di umanità e ogni forma di pietas. Vuol dire perdita di sé, della casa e della patria. Adelaida butta il cadavere di Aurora nel fuoco, assume i suoi documenti, prende il suo denaro e i suoi vestiti e riesce fortunosamente a fuggire in Spagna. Una conclusione però problematica, non sappiamo cosa sarà di lei. E comunque ha già rinunciato a se stessa. La vita diventa pura sopravvivenza in tutti i regimi violenti e sopraffattori.

Il buio oltre la speranza

Il libro ricorda, in un suo modo particolare, la modalità del realismo magico. La scrittura è evocativa, espressionistica, con toni talvolta grotteschi in un clima di sospensione, di sprofondamento in un incubo. È questo lo stile scelto dall’autrice per la sua critica alla realtà politica e sociale del Venezuela attuale. Uno dei paesi più ricchi dell’America latina negli anni cinquanta e sessanta del ventesimo secolo che, nonostante i tentativi di democratizzazione, ha poi imboccato una deriva per la scrittrice radicale e senza remissione. Un libro duro e cupo, che mantiene costantemente tensione e incisività, in cui nemmeno la speranza è garantita.

Marilena Salvarezza